Pubblicato da: faustocolombo | 26, dicembre, 2008

Passata la tormenta

Stanotte dove abito io c’è stata tormenta. Nevicava persino. Il vento portava le ultime foglie rimaste appese agli alberi per ogni dove. La mattina in giardino c’era un resto di neve,  sull’ultima striscia d’erba protetta dalla siepe, quella che il sole (un bel sole quasi caldo) non raggiungeva.

Siccome per fortuna o per disgrazia il mio cervello non smette di funzionare e di pensare alle mie ossessioni, sono tornato a ragionare sulla provincia italiana, quella che non sembra scalfita da niente, quella su cui vorrei in fondo scrivere il mio nuovo libro. E quella che pure è stata attraversata dal 68, ma poi si è riavuta. O meglio, è cambiata in un modo un po’ diverso da quanto si sarebbe potuto pensare.

Nel 67 si è suicidato Luigi Tenco. La sua canzone (http://it.youtube.com/watch?v=QIWbcwn-404) era stata esclusa a Sanremo, e in compenso erano passati Orietta Berti e Gianni Pettenati, quest’ultimo, con La rivoluzione (http://it.youtube.com/watch?).v=REnBNLH6Y4I). Quella di Tenco è una canzone d’amore, ma totalmente estranea alla logica ottimista della provincia, quella per cui tutto, ma proprio tutto, deve rientrare nella logica della tollerabilità, della mancanza di cambiamento, della stabilità dei buoni sentimenti. Persino la rivoluzione. Occhio al testo della canzone di Pettenati: arriva la rivoluzione ma niente paura. Poi vince l’amore. I giovani sono come gli altri, con qualche anno di meno. Ci ricordano solo cos’è l’amore vero.

Poi arriva il Sessantotto, che per esempio, per la canzone italiana, è Azzurro. Musica di Paolo Conte, testo di Vito Pallavicini, voce di Adriano Celentano. Il bel libro di Fabio Canessa ne ricostruisce la storia anomala, che l’ha consegnata alla memoria nazionale. Parole gonfie di malinconia straniata, un’interpretazione quasi distratta, una musica che vira in minore quando dovrebbe andare in maggiore. E anche quella è la provincia, quell’altra. Quella che non si fida dei cambiamenti, rimane legata a se stessa, ai suoi umori, ma non è che se ne senta appagata, anzi. Guarda fuori, magari a Dixieland come i fratelli Conte, o al Rock, come Celentano, o agli amici come Pallavicini. Mi sa che tocca sempre tornare a questa ambiguità della provincia, da cui vengono tanti autori italiani, da cui viene il pubblico che segna i trionfi e i tonfi dell’industria culturale e della politica. Quella provincia che cambia anch’essa con il Sessantotto, ma in modo tutto nuovo. Ci torneremo a lungo, scusate la noia. Magari la prossima volta vi parlo di Cochi e Renato, e delle domeniche in cui il servizio pubblico mandava in onda l’umorismo lunare del cabaret. Adesso mi pare basti.

Buon vento, e buone feste, naviganti.

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Responses

  1. caro fausto, cari lettori del blog,

    anche se leggermente fuori tema, ma del tutto sincrono ai riti sociali: i migliori auguri di buone feste, per l’anno che sta per arrivare.

    ovviamente, come buona usanza, non vengo qui a mani vuote. ecco per voi l’ultimo racconto scritto nel 2008, racconto che potrete leggere e scartare qui:

    http://www.nazioneindiana.com/2008/12/26/il-tipo-peggiore-in-assoluto/

    un abbraccio

    giuseppe

  2. Caro Giuseppe,
    un regalo gradito!
    Un grande abbraccio

  3. Piccoli spunti di riflessione sulla provincia e la cultura italiana dai quotidiani, e non, di fine anno.

    Il primo è Il suono e l’inchiostro un libro di Marco Paolini (grande affabulatore della memoria contemporanea) a cura del Centro Studi Fabrizio de Andrè. Un libro sui cantautori, su quanto nella musica di oggi ci sia ancora di quella canzone “che accendeva passioni popolari”; sulle ragioni dei teatri ancora pieni di giovani ai concerti dei Guccini, De Gregori…; di quanto le loro canzoni siano presenti negli immaginari popolari e contemporanemente “scivolate via dal ritmo avvolgente della storia”. Ma soprattutto un libro su come la loro arte fosse, in fondo, “quell’arte di raccontare l’amore senza apparire ridicoli”.

    Il secondo è un articolo di Roberto Escobar, Ma l’Italia è già un bel film (perché il rapporto cinema e provincia è altrettanto stretto di quello con la musica) uscito sul Domenicale del Sole 24 ore del 28 dicembre. In un numero dedicato al Weiji (al rapporto tra crisi e opportunità) si raccontano le evoluzioni e le crisi del cinema artigianale italiano, quello che prova a parlare dalla e alla provincia quello più volte nominato “nuovo cinema italiano” per cui, dice Escobar, negli anni Ottanta “l’immaginario diffuso per il paese scambiava il decrepito per il nuovo e un po’ alla volta si riserrava in un’autorefrenzialità…senza vie d’uscita…Tutto quello che ci era rimasto era la miseria ridanciana di un Bagaglino” prima della rinascita, ovviamente, degli ultimi dieci anni.
    D’accordo o meno pare interessante.

    Buon vento


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