Pubblicato da: faustocolombo | 16, dicembre, 2008

Una cultura triviale?

Sto leggendo il bel libro di Yves Jeanneret Penser la trivialité. La vie triviale des etres culturels (Hermes Lavoisier, Paris, 2008). Ho conosciuto Yves all’Università di Avignone, dove mi ha cortesemente invitato qualche mese fa, insieme al suo collega Jean Davallon. Abbiamo discusso a lungo delle nostre prospettive di ricerca, e adesso ci stiamo scambiando libri e letture.

L’idea di trivialità in Jeanneret è davvero molto interessante. Nasce dalla consapevolezza dell’insufficienza di una serie di termini per descrivere la circolazione culturale: trasmissione, traduzione, interpretazione. Leggiamo le parole dell’autore: “Tutto ciò che ha uno statuto culturale nella società conosce un destino triviale, perché si carica di valore grazie all’appropriazione di cui è fatto oggetto.” (p. 15) Ciò che circola sono dunque “esseri culturali” (in francese etres culturels; starei per tradurre “enti”, se non fosse per il rischio di suggerire istituzioni, burocrazie, eccetera), ossia “un complesso che associa oggetti materiali, testi, rappresentazioni, e che sfocia nell’elaborazione e alla condivisione di idee, informazioni, saperi e giudizi” (p. 16).

Un’altra osservazione di Jeanneret: Tre sono le ipotesi su cui si basa ogni ricerca sulla trivialità: tutto si opera, tutto si crea, tutto si trasforma. Ossia: gli uomini per elaborare la propria cultura devono maneggiare oggetti e tecniche; a ogni appropriazione di oggetti culturali corrisponde una nuova apertura di spazi simbolici; la cultura è fatta di riprese e ricostruzioni costanti di oggetti e forme.

Nel mio libro sulla cultura sottile del dopoguerra (dovrei dire “cultura triviale”?) terrò conto di questi aspetti. Mi piacerebbe discuterne, se ne avete voglia.

Buon vento.

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Responses

  1. Può essere un passo successivo a quello che dicono Castells e Lévy, a proposito degli ipertesti condivisi e dell’intelligenza collettiva?
    Loro però queste cose le hanno scritte tra il 96 e il 2000, ipotizzando uno scenario che, in un certo si è/si sta realizzando.
    Penso che Jeanneret abbia fatto centro: per spiegare i fenomeni di circolazione culturale si stanno adattando dei modelli e delle categorie già esistenti. a volte funziona, altre il meccanismo cigola un po’.
    (cigoliamo anche io e la mia tesi, tanto per farci compagnia…)

    V.

  2. ciao fausto,

    non capivo l’aggettivo triviale, finchè non ho ricorso ad un vocabolario etimologico, anche se incosciamente ritornavo alla celebre distinzione per gli studenti di scienze della comunicazione tra bivio – trivio – quadrivio apparsa nei “corpi sociali” di Marrone:

    Triviale = lat. TRIVIALEM da TRIVIUM, trivio [cioè luogo dove tre strade o vie fanno capo, e perciò molto frequentate dal popolo]. Volgare, comune, plebeo, ossia [che può incontrarsi in qualsiasi pubblico e affollato luogo di passo].

    non so i termini generali della questione, però se si parte dal lato etimologico, l’aggettivo triviale ravvicinato al sostantivo cultura, forma una definizione azzeccatissima per i valori e i saperi che si producono in rete – rete che attualmente viene utilizzata come metamedium, cioè un medium che convoglia, trasforma e ridefinisce tutti gli altri media preesistenti – del resto, è ormai regola comune guardare frammenti televisivi attraverso social network come “youtube”, siti giornalistici come quelli della “repubblica” o del “corriere”, o più tradizionalmente dai siti filiati dal mezzo generalista (per es. le interviste di “che tempo che fa” o “le invasioni barbariche” possono essere viste anche in rete).

    poi, tornando all’origine etimologica riportata da marrone, l’aggettivo triviale permette da subito di inserire l’osservatore scientifico già dentro l’ambiente di osservazione. cioè l’osservatore per arrivare al centro dell’ambiente non sta sorvolando sull’incrocio, non ha in un colpo d’occhio oggettivo, dall’alto, la vista d’insieme. piuttosto se l’osservatore ha davanti un trivio, vuol dire che per arrivare lì dove le strade s’incrociano, ha percorso la quarta strada che s’interseca nell’incrocio, quella che sta alle sue spalle. cioè il punto di vista dell’osservatore non è al di sopra delle parti, ma è completamete immerso tra le parti. e se non ricordo male già questo era un tema da te affrontato ne “l’introduzione allo studio dei media”.

    a questo punto, va bene, tutto quadra, però non intravedo novità rispetto alle cose che già sapevamo. del resto, il “destino triviale” di ciò che ha statuto culturale mi sembra un topos della letteratura di sociologia della comunicazione. in più, ciò che è stato definito come “esseri culturali” può essere ampiamente assorbito da ciò che la sociosemiotica definisce come “semiosfera”. infine, la trivialità elimina una volta per tutte la distinzione, e l’equivoco che genera, che la cultura generata dai/nei/per i media possa poi scindersi in cultura bassa e cultura alta – e anche questo mi sembra abbastanza assodato.

    mi piacerebbe sapere se invece tu ci trovi qualcosa di più profondo, di emblematicamente epistemologico, che io da queste poche informazioni che trovo sul blog non riesco a desumere.

    a presto

    giuseppe

  3. Caro giuseppe, si trovo qualcosa di più profondo del solito, ma forse non sono riuscito a trasmetterlo. Il fatto è che Jeanneret lotta con la definizione mettendo in rilievo i limiti delle scienze tradizionali che si cono occupate di media. Prendi la semiotica, da cui viene l’idea di semiosfera. Non è forse vero che è importante tornare alla materialità degli oggetti simbolici, alla loro manipolabilità (tout s’opère, come ho riportato). Una manipolabilità che fra l’altro riguarda anche il virtuale, perché lavorare a un blog, per esempio (noi lo sappiamo) ha molto a che vedere con l’artigianato… Insomma, il libro merita più del breve accenno che ne ho fatto. Magari ci torneremo sopra

  4. estetica del messaggio

    credo che si debba distinguere da ciò che di culturale abbia un destino triviale e affermare che la cultura sottile sia triviale

    non so se avete letto di mario perniola contro la comunicazione dove l’autore (filosofo di estetica) oppone alla comunicazione mediatica quella artistica in quanto riesce a tramettere meglio il messaggio – specie se culturale – attraverso codici estetici (scusate la terminologia poco scientifico-filosofica). tuttavia sempre perniola in arte e la sua ombra afferma che la sperimentazione quindi l’innovazione avviene nell’ombra, così come del resto un blog rispetto alla tradizionale forma di trasmissione d’informazione può/è un ombra virtuale parallela a quella tradizionale (il lbro).

    comunque quello che mi premeva trasmettervi al di là di perniola che cultura orale, bassa, alta, sono superate dal punto di vista contenutistico nel momento in cui intendo trasmettere semplici informazioni mentre la sapiente e consapevole tekne del codice linguistico è fondamentale per la sua funzione espressiva e quindi comunicativa

    non so fausto, forse attribuisco troppo valore all’estetica del messaggio?

  5. Diciamo così: non mi sembra un fatto di pura estetica. Mi sembra che l’estetica sia una dimensione fra le altre, le influenza e ne è influenzata. Magari vale il discorso che nei grandi processi di rottura culturale e sociale proprio alcune scelte estetiche finiscono per rompere la tradizione e aprire il passo al nuovo, anche in termini di valori. Ma tutto ciò avviene sul terreno dello scambio, dell’incontro, della comunicazione. Del triviale, appunto


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