Pubblicato da: faustocolombo | 3, dicembre, 2008

Cento, mille, diecimila…

Dedicato ai naviganti su questa barca, sempre a percorrere i mari: i mari dello studio, dell’insegnamento, dei media e della società: dei nostri desideri, i nostri sogni, qualche volta delle nostre delusioni e incazzature. Siamo salpati nella prima metà di settembre. A natale saranno circa cento giorni. Lo dico adesso perché non mi piace aspettare, e non sono scaramantico (guaio grosso per un navigatore, mi direbbe il mio comandante). E poi, sapete, questo blog ha superato nel frattempo le diecimila visite (quanti! grazie), e chissà perché mi viene da fare i conti, di come sono diverso oggi da quando ho cominciato, di com’è diverso il mondo visto da qua. Di quanto mi siano diventate care le cose di cui mi occupo, e le persone che navigano sullo stesso vascello. 100, 10000. Volevo farvi un regalo, ma doveva essere come le candeline, doveva parlare il linguaggio dei numeri… Vi omaggio allora di una riflessione su un numero di mezzo (quanto a zeri, non cominciamo con le calcolatrici), il numero mille. Sono due brani di Don Juan de Marco, maestro d’amore. Un film che ho amato molto: sequenza iniziale e sequenza finale. Occhio al parlato… oltre che ai grandissimi attori.

http://it.youtube.com/watch?v=id1OlAaNn1I

http://it.youtube.com/watch?v=jnzfGPSv3Mg&feature=related

Un grande amatore (“ho amato più di mille donne”); un grande psichiatra (“ho curato più di mille pazienti”)… Possiamo sempre tutti diventare i più grandi “qualcosa” del mondo. Basta crederci, per arrivare a cento, a mille, a diecimila…

In ogni caso, ho fatto i conti e ho certamente seguito più di mille tesi: sono il più grande … ok, ok, meglio lasciar perdere.

Un abbraccio a tutti e buon vento.


Responses

  1. Grazie, Prof. : )

    V.

  2. contesti

    mi sento parte della ciurma, vi ringrazio per poter accedere ad un processo in fieri e della libertà del contesto. oggi in previsione della scadenza del mio ennesimo contratto a progetto (prima prestazione occasionale, poi co.co.co. oggi e ieri co.co.pro.) della durata di 7 mesi dopo otto anni di collaborazioni in cui ho fatturato 1.739.223,00 euro di ricerche o studi di fattibilità, interventi di formazione per la valorizzazione dei beni culturali, coordinamento e management di prodotti e risorse umane impiegate in progetti culturali internazionali, nazionali e locali, coinvolgendo responsabili scientifici italiani e internazionali, finalmente colui chi mi dà questa possibilità mi chiede di fare due passi, fuori ‘per parlare’. Penso “finalmente un atto di comunicazione dopo anni di emissione di imput”. “E’ l’occasione di un aumento di stipendio? Oppure di definire un ruolo all’interno dell’organizzazione?” No. Il modo non lo descrivo in questo blog ma il senso è di trovare la giustificazione di farmi accettare di dover lasciare spazio a qualcuno che non darà i miei risultati, ma ha delle modalità più ‘accattivanti’. La mia risposta è stata naturale e immediata ma un po’ vietata ai minori… forse non è il contesto giusto. tuttavia sappiate che appena rientrata ‘dentro’ ho sentituo l’urgenza di navigare con voi, ho aperto il regalo di Fausto (vedi link sopra), e mi sono sciolta oltre che aver trovato la forza di navigare a testa alta, nonostante la mia sensibilità sia stata alquanto messa alla prova. vi volevo fare anch’io un regalo, a voi ragazzi, in un momento di onde… e dirvi grazie di esserci.

    Il mondo alla rovescia

    Le luci rade delle camionette blu e la manifestazione è finita. La piazza si riprende la sua energia e le macchine irrompono nelle strade, ribadiscono che ora non ci sono neppure le strisce per poter camminare.
    La manifestazione è finita e tutto ritorna con una violenza ancora più sfacciata.
    Dovrei ambientare la storia, il racconto, il soggetto, qui, ora, in questa piazza dove la ragazza e l’uomo si incontrano. Durante una manifestazione. Lui per una storia alle spalle pesante come un macigno che lo schiaccia sempre più verso i vuoti in apnea dei giovanissimi, lei per una storia di segno opposto che le impedisce di fare propria una frontiera rossa fino alla radice dei capelli.
    Come trovare le parole per farli incontrare? Le urla e gli slogan non fanno da collante per due vite sfilacciate.
    Lui è consumato: le rughe come ragnatele gli mangiano il volto come a incidere una storia che è più profonda dell’età ed in controluce ne puoi leggere un’altra. Parallela all’impegno, alla vita spesa per i diversi, gli intoccabili di una società che s’è divorata. Come il vomito, ha mantenuto separati gli elementi, indigesti perfino a sé stesso.
    Lei è evanescente: la pelle delle braccia sembra avvolta in una pellicola di domo pak che la conserva per un dopo inesistente. Gli occhi guardano con insistenza qualsiasi cosa le si presenti davanti, perché sa che la verità è sempre dietro i fatti e scrutando si perde in un altro possibile all’infinito.
    La piazza è attraversata da corridoi di volti e striscioni e fa risuonare le voci, i passi, i canti. E’ piena e silenziosa.
    Un uomo e una ragazza si danno la mano, in un corteo, per riempire un vuoto mostruoso. Non soltanto quello delle proprie particolari esistenze.
    Lui fuma un sigaro, ha la camicia azzurra con dei strani rattoppi fioriti portata fuori dai pantaloni di tela un po’ sbiaditi. Lei ha una maglietta attillata, lunghe gambe e dei jeans tagliati diritti.
    Il fumo gli dà un’aria leggermente distaccata. Forse si è già pentito di essere arrivato a Roma in una giornata piovosa. Nella fretta di partire ha dimenticato anche la giacca pesante e sta prendendo freddo. Tuttavia sopporta soltanto leggermente infastidito. Lei stringe la mano eccitata, la mano è calda e nell’impeto inforca bene quelle dell’uomo al suo fianco, per non perdersi neppure un particolare del momento che sta vivendo. Lui si aspetta che da un momento all’altro lei risponda ad uno squillo, riveda un volto, e la sua mano venga lasciata, così con un’alzata di spalle. Cerca un segno che lo induca a trovare conforto alle proprie supposizioni. Lei si sente scrutata con noncuranza e attenzione.
    L’occhio dell’uomo è azzurro e pungente, la guarda malgrado tutto. E’ come se lui attendesse qualcosa che confermi o contraddica. Per questo, immobile, è curiosa della sua propria mossa. Lei è a Roma ma potrebbe essere ovunque. Ovunque c’è il modo per manifestare e capire. Lei ha capito sempre il contrario. Il mondo alla rovescia. La distanza nasce anche così. Da uno sguardo obliquo che vorrebbe capire ma non riesce, che vorrebbe bastare e sfora in un’altra direzione.
    Così lui le fissa la fronte che aperta gli rimanda un’altra immagine. Sa che non deve fare così, è pericoloso, è un gioco che porta lontano. Se la fronte bionda di lei si trasforma in una pozza d’acqua potrebbe non riuscire a risalire in tempo. In mano ha già un capello che non è sicuramente il suo, anche se forse un tempo lo sarebbe stato. Lei è incurante dell’ora. Ha avuto un prima e avrà sicuramente un dopo che comunque ora non la riguarda. Ora è giunta. La mano è attraversata da una scossa che suggerisce forse riguardo ma insieme qualcosa di rarefatto. Lo guarda sfrontata negli occhi. Lui sorride e la linea delle palpebre si alza trasformando l’espressione del viso in un indecifrabile sorriso. Lei continua a cercare e si tuffa nell’azzurro screziato di bianco in cui c’è spazio per l’infinitudine del sé. Lì è a suo agio e si addormenta con i piedi che le fanno male.
    Improvvisamente il silenzio dei mille volti della piazza è rotto da un clacson. La luce piena del giorno imbruna. Le luci blu si fanno più intense. Il rumore della piazza ora è ritornato quello di sempre. Lui sta prendendo appunti di schiena. Lei guarda dissolversi i cerchi perfetti di una domenica d’inverno e il mondo che sta ribaltandosi per ritornare nella posizione retta. Non può non chiedersi senza risposta: e dopo? Ma la parola risuona dentro e muta rimbalza. Lui rimette il taccuino dentro la sacca, la cerca, le fissa gli occhi per riportarli con calma attorno. Ha raccolto ogni cosa: ora è pronto per ripartire.

    Roma, ottobre – dicembre 2003
    Giuliana Bottino

  3. Per giuliana. Non ci sono parole, apparentemente, come nelle forme di lutto. Ma ci sono gli abbracci, e il calore di questa che come tu dici è anche la tua ciurma. C’è nel tuo racconto: guardare avanti. Continuare a crederci. In bocca al lupo, navigante. La vita, l’avventura sembra lunga alle spalle, ma è appena, appena cominciata. Un forte abbraccio e buon vento, come e più di sempre.

  4. Tranquillo, Fausto. La scaramanzia è inseparabile compagnia del marinaio, è un elemento rafforzativo e irrazionale della prudenza e del vedere le cose PRIMA che soccedano (quanta saggezza e razionalità comporta tutto questo) al solo fine di non farsi cogliere impreparati dalle decisioni irremovibili e, spesso, inaspettate del mare e del vento.
    Ma io ti ho insegnato solo a navigare sul mare; a terra, nella vita, te la sei sempre cavata benissimo da solo e i numeri che navigano in questo Blog lo dimostrano! Per questo, evidentemente, non serve la scaramanzia!
    Complimenti e B.V.
    Il tuo comandante.


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