Pubblicato da: faustocolombo | 2, dicembre, 2008

La memoria come politica

Oggi mi hanno fatto una domanda profonda. Intendo per domanda profonda quel tipo di questione davanti alla quale ti fermi e cerchi dentro di te. Da principio non trovi niente. Poi qualcosa si illumina e tu cominci a inseguirla nella tua testa (nel tuo cuore?) così a lungo che quasi ti ci perdi, anche se agli altri sembra che passino pochi secondi.

La domanda era più o meno: perché mi occupo sempre, ricorsivamente, di memoria? E’ vero. Primo libro nel 1986, Gli archivi imperfetti, ci può mai essere titolo più esplicito? Poi una storia dei media, poi i ricordi di una generazione. Adesso un progetto in cui ancora c’entrano i ricordi…

Ho risposto così: non so perché ho cominciato, ma so perché continuo oggi: perché questa è la mia politica. Questo è il mio impegno di cittadino. Io non voglio che si dimentichi. Non voglio che si dimentichi niente, dal più piccolo fatto di cronaca alla storia del nostro passato. Voglio che almeno si provi ad essere precisi. Penso che la memoria sia la nostra dignità. Che quando un padre racconta a un figlio la sua vita ci sia qualcosa di molto importante dentro. Mio padre ha cercato di raccontarmi il suo viaggio verso la prigionia e ritorno mille volte, e io non stavo a sentire. Poi una volta mi sono messo lì col registratore, carta e penna, e gli ho chiesto finalmente quel racconto. E lui mi ha detto. E io ho capito cos’è la guerra, cos’è la prigionia, e cosa vuol dire soffrire davvero, e resistere, e tornare vivi e con la speranza negli occhi. 

Sono obiettore di coscienza, ma la mia vera motivazione l’ho capita trent’anni dopo il mio servizio civile alla Caritas di Como: la guerra l’aveva fatta mio padre abbastanza per tutti e due. 

Certe volte mi dico che la resistenza e il fascismo non li abbiamo raccontati abbastanza, non abbastanza.

Ecco, io non voglio dimenticare. Penso che i miei studenti reggano con cortesia i miei pipponi sulla necessità di guardare in faccia il passato, ma non li capiscano davvero. Ma io l’ho capito, e non posso mica stare zitto, né in aula, né qui, sul ponte della nave. Per me insegnare vuol dire salvare la memoria. E salvare la memoria è la più grande delle missioni politiche.

Invecchiando – perché sono invecchiato anch’io, alla fine – mi sono detto che non valeva più la pena di sopportare le menzogne pubbliche, gli insulti fatti per non argomentare, i formalismi che coprono le storture del potere. Basta ricordare, certe volte: “no. tu hai detto questo, l’altro giorno, e adesso dici il contrario”. “No, tu menti”. “No, la storia è andata in un altro modo”. Basta non tacere.

La memoria è importante, naviganti. E’ il nostro tientibene. Stiamoci attaccati.

Buon vento.

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Responses

  1. Sono una trentenne che ha avuto la fortuna di seguire le sue lezioni sugli Anni Settanta in Cattolica.
    Ricordo con piacere quelle ore, la passione con cui spiegava, l’entusiasmo che animava le sue parole.
    Forse allora non ho dato molto peso ai discorsi sull’importanza della memoria, ma qualcosa è passato comunque, qualcosa si deve essere nascosto in un un angolo della mia mente e del mio cuore, per poi tornare alla luce al momento opportuno: quando sono stata pronta a capire davvero.
    La necessità di non dimenticare, di conoscere il passato per non essere burattini nelle mani di qualcuno, mi ha spinta a realizzare una tesi (“Il giornalismo investigativo italiano: il caso Alpi-Hrovatin”) che è fondamentalmente un omaggio alla memoria del nostro Paese, e a quanti sono morti perché non hanno voluto tacere e far finta di niente.
    Questo lavoro forse non ci sarebbe mai stato se non avessi respirato una certa aria, certi discorsi.
    Quindi grazie, sinceramente.

    Una matricola del 1997

  2. a proposito di memoria

    non ho ancora letto boom (esaurito alla libreria del senato di roma) ma di memoria sono impregnata fin dalla nascita e mi sento di segnalarvi alcune accortezze che ho avuto modo di dedurre da alcuni saggi e libri frutto di memorabili lezioni e libri di storia orale (Sandro Portelli, Manlio Calegari):
    la memoria orale è soggettiva, chi pensa di farne uso deve saperla interpretare ovvero contestualizzare sulla base di altre fonti; tutti noi siamo depositari di memoria: chi prevale come fonte sugli altri? sulla base di che cosa baso l’autorevolezza della fonte? memoria deriva da ‘meme’ che traducve una sorta di codice genetico che la madre trasmette malgrade se a ciò che genera… con tutte le controindicazioni del caso… depositaria di memorie contese e assolutamente immaginarie, mi ci sono imbattuta malgrado me. le storie raccontatemi da mio padre puzzavano di re-interpetazioni ideologiche alla ricerca di qualcosa di irrimediabilmente perduto. storia? ho scoperto dopo alla luce della memoria infangata che non si trattava di memoria storica ma di memorialistica privata. attenzione. anche la trasmissione della memoria attiene ad un etica: chi trasmette il senso deve conoscerne il limite della trasmissione orale.

    buon vento

  3. quello della memoria è un terreno parecchio scivoloso. sembra qualcosa di molto positivo, il filo portante nella trama della democrazia, ed invece, a conti fatti, porta alla parcelizzazione estrema della verità dei fatti storici: ognuno può dire/ricordare secondo il proprio punto di vista, essendo ognuno un punto di vista legittimo.

    ciò che andrebbe spinta non è tanto la memoria, quanto la storia intessuta di memoria.

    me ne sono reso conto leggendo questo testo, apparso su nazione indiana, scritto da christian raimo, uno tra i migliori scrittori italiani, oggi:

    “La memoria, il dovere della memoria, il dovere della memoria perché la storia non ripeta i suoi errori: questa esortazione è ormai organica alla nostra sensibilità. Ma è vero che la memoria crea la nostra identità? È un processo così lineare, così automatico? Il richiamo alla memoria, alla sensibilizzazione non rischia invece autoconfutarsi? Quando Veltroni reagisce in modo fermo e indignato alle affermazioni di Alemanno e La Russa che cercano di riabilitare il fascismo e i repubblichini che “dal loro punto di vista” combattevano per la patria, non si accorge che in fondo l’autorevolezza del suo discorso è quella di una celebrazione della memoria che si oppone a un’altra celebrazione della memoria? Non si rende conto che la sacralizzazione che lui incoraggia di questa memoria non può che portare a una contrapposizione di due eredità vittimarie? I caduti per la patria in disfatta e i caduti per la Resistenza. I ragazzi delle montagne e i ragazzi di Salò. I superstiti che festeggiano la giornata della Memoria e i superstiti che festeggiano quella del Ricordo. I cuori rossi e i cuori neri. Se si sdogana la contesa delle vittime, nessuno avrà mai scampo. Ognuno, dal suo punto di vista, se ci fidiamo della memoria, sarà più vittima dell’altro. E ogni vittima, come ricorda Hannah Arendt, produrrà altre vittime. Mentre le ragioni di queste ferite andranno perdute. Perdute, cancellate, in nome di attenzione così grande alla fragilità dell’essere umano tale da oscurarne la sua complessità di individuo.”

    il testo è molto più lungo e articolato, vi consiglio vivamente di leggerlo. lo trovate qui:

    http://www.nazioneindiana.com/2008/11/28/la-vittima-la-memoria-loblio/

    a presto

    giuseppe

  4. Grazie dei commenti. Rispondo alle preoccupazioni (giuste), sia di Giuliana che di Giuseppe. Penso la memoria come un discorso con la realtà e con gli altri. Un discorso che si incontra e si scontra con altri discorsi. E’ vero, una memoria bloccata o ipertrofica può avere bisogno di oblio. Ma l’oblio è anch’esso un percorso ambiguo. Dunque, tenere vive le memorie significa produrre discorso sulla realtà: come tutti i discorsi, ha una sua parzialità, ma anche una dimensione vitale.

  5. … e poi un grazie a Marina, di essersi fatta viva, e di aver scritto quella tesi. Se ha voglia di pubblicarne qui una breve sintesi, il ponte è suo..

  6. a proposito di politica culturale

    avete avuto notizia della proposta del Ministro Bondi di nominare Resca, ex dirigente Mc Donald’s Italia a super manager con poteri illimitati sulla gestione, conservazione e valorizzazione del nostro patrimonio culturale? Dal sito della Fondazione Bianchi Bandinelli, promotrice all’adesione di esprimere dissenso in merito e grazie all’unica notizia di questa possibilità pubblicata su Alia del 22 novembre 2008, potete accedere ad ulteriori importanti appuntamenti che hanno già inciso nella modifica alla proposta di Bondi.

    http://www.bianchibandinelli.it/index.htm

    buon sole e vento
    giuliana

  7. refuso

    Alias, inserto de Il Manifesto di sabato 22 novembre 2008


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