Pubblicato da: faustocolombo | 24, novembre, 2008

I media, la politica e la questione generazionale

Parlo spesso, soprattutto con i miei studenti, di media e politica. Stiamo cercando di ricostruire il senso esatto (quanto più esatto possibile) che la nozione di sfera pubblica in Habermas, con tutte le critiche e le precisazioni in cui l’ha avvolta un dibattito ormai quarantennale, può assumere oggi.

Lavoriamo molto soprattutto sul presupposto che i nuovi media, la rete, il web 2.0 non siano di per sé quello che molti hanno invocato: ossia un ritorno al ruolo dei giornali, dei salotti e dei caffé per la nascente classe borghese. Non di per sé, si badi. Piuttosto, lo potrebbero essere, magari.A Edimburgo una relazione molto interessante, tenuta da un giovane phd candidate della NY University, parlava di un tema molto interessante da questo punto di vista: il crescente ruolo della Tv nella politica italiana nel periodo 1974-1989. Lui si chiama Gabriele Cosentino, e sono praticamente certo che sia uno da tenere d’occhio (in senso buono, naturalmente). La tesi è che la Tv abbia rimesso in gioco in quegli anni una certa sfera pubblica, nel senso che ha creato una forte partecipazione empatica fra le nuove personalità dei leaders e un nuovo pubblico, meno caratterizzato in termini di classe (non a caso, diceva Gabriele, quel tipo di televisione passa dal parlare politichese a parlare il “gentese”, ovvero un presunto slang di una presunta gente comune).

Tesi davvero affascinante. Come a dire che c’è una sfera pubblica diversa per ogni tipo di momento e di intreccio fra media e società. Abbiamo discusso del tema, e gli ho detto del lavoro che stiamo facendo con gli studenti. Spero proprio di poterlo invitare presto.

Ma a me rimane il dubbio che il problema fondamentale non stia nei mezzi e nel loro statuto, ma piuttosto nella soggettività che si propone sulla scena pubblica: la borghesia, nel periodo raccontato da Habermas.

Oggi, magari, le giovani generazioni? Mi ci fa pensare un articolo di Giuseppe D’Avanzo su Repubblica. Lo posto, così ricominciamo a discutere.

http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/politica/paese-sbloccare/potere-giovane/potere-giovane.html

Un’ultima cosa. In questo periodo sono in giro molto per convegni, e a lezione sono sostituito con competenza e generosità dai miei collaboratori (sostituzione prevista all’inizio dell’anno e dunque ampiamente preparata e integrata nel corso). Voglio dire ai miei studenti che magari a loro non manco, ma loro mancano molto a me. Quest’anno guardarli in faccia e vedere i loro occhi accendersi costituisce un bellissimo momento personale.

Buon vento, ragazzi.

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Responses

  1. Gentile Fausto, ecco come promesso il post dalla allieva ritrovata lo scorso martedì a Ragazzi che Tivù. Allora, diciamo che per tutto il tempo che sono stata in giro, sicuro non ti sono mancata, ma il viceversa sì. Non perdiamoci di vento. Consuelo

  2. caro fausto, cari lettori di questo blog,

    ecco a voi la lunga recensione/saggio scritta negli ultimi giorni per Nazione Indiana (www.nazioneindiana.com/), uno tra i blog collettivi più importatanti in italia per la qualità e la quantità della scrittura, per le riflessioni messe in circolo, per la diramazione dei saperi e delle idee. il pezzo è in parte legato alle cose che ci dicevamo a proposito del sistema dell’sitruzione. lo potrete leggere qui:

    http://www.nazioneindiana.com/2008/11/21/dentro-le-mura-fuori-dalle-mura/

    dentro troverete: moltissime domande riguardo la scuola ed il suo destino, la recensione de “la classe ” di laurent cantent, sessantenni eleganti che tintinnano all’uscita del cinema, la storia di un assedio, la storia di una sconfitta, il pensiero in sedicesimi di michel foucault, ragazzini con l’aria da residente nel braccio della morte, la cosiddetta riforma del ministro gelmini, l’ironia del discorso pubblico del potere, studenti che invadono le strade e fanno lezione in piazza, tutto ciò che sta dentro le mura, tutto ciò che le mura non contengono.

    se vi va, scrivete pure un commento.

    a presto

    giuseppe

  3. Credo (penso, magari sbagliando) che la “riscrittura” della sfera pubblica vada (debba andare) di pari passo con il ruolo sempre più ridimensionato degli Stati nazionali, cui certamente la rete, ma anche fenomeni più complessi a livello politico ed economico, stanno contribuendo. Lo stesso Habermas, mi sembra, lo ha più volte sottolineato o lasciato intendere.

    Quanto all’articolo di D’Avanzo, invece, mi ha colpito che tra i gruppi parlamentari italiani, quello con l’età media più bassa sia la Lega Nord. C’è una questione generazionale che s’intreccia con il recupero del “locale”? O è solo una casualità? Tra l’altro, questo aspetto è interessante anche per un altro motivo: la Lega Nord è infatti un partito che si è contraddistinto per modalità di comunicazione incentrate più sulla dimensione relazionale e interpersonale (le scritte sui muri, i manifesti, il linguaggio rude, i raduni folkloristici, ecc.) che non su quella dei grandi mezzi di massa. Nell’era della rete e dei media digitali, scopriamo che la questione generazionale in politica, se c’è, riguarda un partito lontanissimo (o quantomeno più lontano degli altri) dalle nuove forme di comunicazione. Boh, la butto lì…

    Saluti a tutti

  4. Risposte random ai commenti: Grazie a Consuelo per avermi ricordato che gli allievi e i vecchi prof non si perdono mai davvero. E a Giuseppe, per averci girato un articolo davvero interessante e ricco. Sulla questione posta da Paolo direi questo. Certo la generazione non sostituisce la classe. La vera questione è un intreccio di identità e di fattori. Le cose non accadono due volte nello stesso modo, come Eraclito non si bagnava due volte nell’acqua di uno stesso fiume, e quindi se ci sarà un’altra occasione di nascita della sfera pubblica non sarà uguale a quella studiata da Habermas. Il problema però è: esistono varie dimensioni della sfera pubblica (emotiva, razionale, valoriale, eccetera) o di volta in volta la sfera pubblica si afferma o non si afferma in contesti sociali e storici differenti? In altri termini dobbiamo pensare che la sfera pubblica non si identifichi con le società democratiche tout court, o i termini sono di fatto sinonimi?

  5. Sono molto contenta che il prof. Colombo abbia postato questo argomento, perchè, oggi, leggendo l’articolo di D’Avanzo su “La Repubblica” ho cominciato (ancora!) a perdermi tra mille pensieri; il problema è che spesso non trovo la strada giusta da imboccare (sempre che ce ne sia una :-))… Mi spiego meglio.

    Abbiamo appena concluso la presentazione in aula di un lavoro di Gruppo su “Genere e cittadinanza”, contestualmente al corso “Consumi e cittadinanza” della prof. ssa Mora. Io e il mio gruppo ci siamo soffermati parecchio su come Habermas affronti tale tematica, in particolare su come l’autore spiega il parallelo/confronto tra l’emergente sfera pubblica borghese e le “emarginate” sfera pubblica plebea e sfera pubblica femminile… la questione è lunga e complicata; non vi voglio annoiare: arrivo subito al dunque e al nesso con l’articolo di D’Avanzo. Leggendolo, infatti, mi è sembrato di scorgere, nella seconda parte soprattutto, un’analogia con i processi di “adattamento”, di omologazione, di aderenza dell’universo femminile a quei modi e a quei metodi tipici del mondo “mascolino” (e non “maschile”) in tutti quei campi in cui vengono SOCIALMENTE considerate come deficitarie, per privarsi, quindi, della rappresentazione simbolica del loro essere differenti, pur godendo dei medesimi diritti – in quanto persone- degli uomini. D’Avanzo scriveva proprio questo delle “giovani leve” della politica (ad eccezione di quelle della Lega Nord): sembra che, tralasciando le sterili percentuali numeriche, i “giovani di partito” non riescano a far soffiare il vento dell’innovazione e del cambiamento proprio perchè sembrano conformarsi ad uno schema concettuale “vecchio”, proprio dei leaders “storici”: una volta guadagnato il prestigio e l’affidabilità si adagiano sugli stessi allori di chi li ha preceduti. Ecco perchè, per D’Avanzo, sembrerebbe impossibile oggi l’emergere di un “Italian Obama”.

    Allora io mi chiedo, e concludo: non necessiteremmo forse di un CAMBIAMENTO CULTURALE, che valorizzi le diversità e i differenti apporti che un giovane (così come una donna) potrebbe regalare alla sfera pubblica, al nostro essere cittadini, anzichè limitarci a riconoscere FORMALMENTE la sua presenza nei luoghi del potere, dei partiti, ma soprattutto del discutere e del confrontarsi? Forse non basta solo una spinta bottom-up, dai giovani verso i “veterani”, ma anche una spinta top-down, dai “veterani” ai giovani… Forse così potremmo riuscire a valorizzarci entrambi… e forse a partire da questo blog qualcosa sta cambiando. Io ci credo, e voi?

  6. Riprendo le considerazioni di Lara. Il tema mi affascina perché fra i miei interessi di studio ci sono le generazioni come identità collettive. I giovani fra i 19 e i 24 anni (ma recentemente anche i teens) hanno alcune caratteristiche interessanti: sono globali, nel senso che assomigliano a molti altri giovani di altri paesi; sono digital natives, ossia usano le tecnologie nuove in modo peculiare; hanno le stesse (incerte) prospettive sul futuro; sono figli di un’altra generazione particolare e mediamente fortunata e ottimista; vivono una nuova dimensione di famiglia allungata e duratura nel tempo. Forse ci sono davvero elementi per pensare a una generazione attiva e protagonista. Ci credo anch’io. Lo spero per voi.
    En passant, o by the way ;-), ho sentito di uno striscione esposto davanti alla scuola crollata di Rivoli, dove è morto un povero studente reo di essere seduto nel suo banco: “se ci ammazzate adesso, come facciamo a morire in cantiere?”. L’ho trovata terribile, e meravigliosa, nella sua consapevolezza, nella sua rabbia, nella sua violenta poesia. Un pensiero a quel ragazzo. Sono credente e per me le cose non finiscono qui. Dunque, buon vento anche a lui.

  7. a proposito di media e consumo generazionale: in questo momento in italia esiste tutta una schiera di scrittori che sforna e produce un numero vertiginoso di libri, alcuni di grande interesse, se non di altissimo valore. i primi nomi che mi vengono in mente sono: genna, scurati, desiati, saviano, wu ming, lucarelli, de cataldo, pincio, muratori, etc. etc. etc.

    la cosa interessante è che da qualche tempo hanno anche cominciato a teorizzare, come non si faceva più dagli anni ’70, sulla forma della letteratura, e su come tale letteratura dovrebbe influire sulla società, uscendo una volta per tutte dall’equivoco che la letteratura è solo gioco linguistico, pastiche metaletterario, ironia postmoderna, riconfezionamento di storie più antiche – dato che il luogo comune vorrebbe che tutte le storie sono già state scritte.

    per chiarirvi le idee su questo, provate a leggere qui:
    http://www.carmillaonline.com/archives/2008/09/002775.html#002775

    http://www.carmillaonline.com/archives/2008/10/002804.html#002804

    la cosa per noi importante, da un punto di vista sociologico, è che molti di questi scrittori sono cresciuti e diventati grandi durante gli anni ’80 e ’90, cioè durante l’avverarsi delle grandi comunicazione di massa, ma soprattutto delle grandi narrazione costruite e diffuse dalla televisione.

    tutti questi scrittori, con poche eccezioni, definiscono gli anni ’80 come gli anni del trauma. gli anni in cui il consumo mediale della tv ha pesantemente influito, se non irreparabilmente condizionato, in particolare il loro modo di vedere e pensare il mondo, e in generale l’instupidirsi e l’incattivirsi della popolazione italiana.

    il punto centrale dell’irradiarsi del trauma da molti è stato individuato in “drive in” e nei suoi cloni, in altri dalla guerra del golfo del 1991, la prima guerra combattuta praticamente in diretta.

    il compito centrale della nuova letteratura, sempre secondo alcuni di questi, sarebbe di lavorare le narrazioni al fine di rendere consapevole e sciogliere il trauma che la comunicazione televisiva ha finito per per instillare e stabilizzare. altro compito sarebbe quello di spingersi oltre l’ironia postmoderna della metaletteratura tanto in voga durante gli ’80 e ’90 – ironia del tutto simile a quella televisiva, che ha elevato a forme condivise di narrazione il pastiche metalinguistico e la continua ibridazione tra i generi – per andare a scoprire il dolore del reale e la realtà prima di ogni altra cosa.

    interessante sarebbe allora scoprire perchè, e in che modo, la comunicazione televisiva degli anni ’80 viene definita soprattutto condizionamento, trauma, alienazione e quant’altro, andando a studiare e vivisezionare la società di quel periodo, guardando allora a quei bambini che oggi sono diventati scrittori e cercano attraverso la scrittura (cioè attraverso un medium, che è il libro, forse oggi marginale) di porre riparo e amplificare nuove e più evolute narrazioni rispetto a quelle proposte dalla tv (medium ai tempi potentissimo). è come se due medium, due modi di intendere la società si sfidassero.

    a presto

    giuseppe

  8. Siccome, come ho detto, studio le generazioni, mi interrogo spesso sul ruolo che l’ambiente in cui si cresce, e si attraversa la fase della propria formazione, incida su questa sorta di personalità collettiva. Il contributo di Giuseppe va in questo senso, e lo ringrazio. Si può diventare generazione anche contro, non solo a causa di…


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