Pubblicato da: faustocolombo | 19, novembre, 2008

Vita da barone, part two

Continuo la saga del barone (o pseudotale, cioè io).

Una volta rinunciato al dottorato ho pensato che avrei potuto allargare le mie conoscenze alla sociologia dei media, e ho cominciato a studiare come un matto. L’idea era di non mollare, anche se francamente non coltivavo più molte speranze. Un giorno il mio prof. mi chiama e mi dice che c’è un concorso da ricercatore, bandito da non sa chi, ma che potrei almeno tentare, tanto per fare esperienza. Cosa vuol dire? gli chiedo. Mi spiega paziente che una legge ha riformato l’università e che ci sono due fasce di docenti (ordinari o prima fascia e associati o seconda fascia) e una terza fascia costituita dai ricercatori, che allora non potevano esercitare attività didattica. Se non sbaglio era il 1985, verso la fine dell’anno. Vado in segreteria, guardo gli elenchi dei concorsi banditi, vedo un titolo effettivamente pertinente con la mia laurea, mi iscrivo. Ci credereste? Mi sono iscritto non al concorso segnalatomi dal prof, ma a un altro (nel frattempo i termini per l’iscrizione all’altro erano scaduti). Ricordo ancora le urlate al telefono del mio maestro (allora si diceva così): ma allora fai apposta. Rinunci al dottorato, ti iscrivi a un concorso che non c’entra…

Facevo apposta? Chi lo sa. A ripensarci adesso forse volevo fare la carriera ma non troppo. Oppure, semplicemente, non volevo diventare grande.

Ho visto diversi amici fare il concorso da ricercatore. Io stesso ne ho poi vinto uno (ma questa è un’altra storia), ma ho sempre visto la stessa angoscia, la stessa paura, perché da un lato vuoi disperatamente fare questo mestiere, ma dall’altra hai sempre l’impressione che non sarai all’altezza, che il concorso svelerà tutti i tuoi limiti, e poi, lo volete sapere? lo sognerai indefinite volte, sempre lo stesso: ti siedi, i commissari (tre) tirano fuori i tuoi scritti (due, uno di teoria e uno di metodologia), e ti chiedono: ma come ha fatto a scrivere queste sciocchezze? Tu guardi il foglio, e non è la tua scrittura, non è il tuo compito, ma loro dicono di sì, e tu pensi voglio svegliarmi, voglio svegliarmi. Poi ti svegli, e hai ancora paura. 

Questo è un concorso: una cosa che ti brucia dentro, una tensione che non t’abbandona per tutta la vita. Gli esami non finiscono mai, diceva Eduardo. Quasi giusto. E’ l’Esame, quell’esame, che non finisce mai.

Dedicato a quelli che pensano che sia tutto facile, tanto siete tutti raccomandati.

Buon vento.

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Responses

  1. preziosa la condivisione delle paure, in fondo comuni a ognuno di noi. una delle cose più tristi, oggi, è vedere come il potere fa leva soprattutto (fisicamente) sulla paura e sulle paure di ciascuno. Condividerle è anche liberarcene e provare ad uscire da una vita, dominata dalla paura. Nella società come in politica. Uno degli effetti che hanno avuto le lezioni del “barone” di questo blog è stato liberarmi da questo stile di pensiero. e non sono l’unico. un motivo ci sarà se eravamo in tanti a svegliarci alle 7 per essere alle 8.30 in aula manzoni..;-)


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