Pubblicato da: faustocolombo | 16, novembre, 2008

Vita da barone

Dunque, eccomi qua. Mi denuncio: sono un barone, forse. Forse, perché non ho mai capito bene cosa vuole dire. Ho 53 anni, sono professore ordinario, cioè sono all’apice della carriera. Il mio stipendio netto è di circa 3200 euro al mese, più la tredicesima. Poi ci sono gli extra: la mia università mi paga un corso in più (circa 6000 euro lordi all’anno). Guadagno una percentuale (a seconda di quello che faccio) sulle ricerche di un centro di ricerca da me fondato dentro alla mia università, che percepisce una quota su tutto il fatturato. Il centro fa lavorare più o meno una ventina di giovani, più che altro dottorandi e assegnisti, ed è uno dei principali centri di ricerca universitari italiani nel campo dei media. Ho scritto libri, faccio parte del boarding di importanti riviste italiane e internazionali; sono stato e sono rappresentante italiano in alcune reti di ricerca europee. Valuto ed esprimo pareri vincolanti su progetti di ricerca nazionali ed europei… Eccetera. Mi sa che sì, sono un barone.

Lavoro dal lunedì al venerdì in università. Arrivo molto presto, e spesso vado via molto tardi. Il sabato e domenica studio e scrivo anche a casa, qualche volta fra lo sconforto di chi mi sta vicino. Cerco di non mancare a lezione. Seguo una quantità di tesi. Parlo con gli studenti tutte le volte che posso. Non divento ricco, anche se francamente non mi posso lamentare. Mi sa che no, non sono un barone.

Allora, come faccio a sapere se sì o no?

Farò così. Vi racconto la storia, e poi giudicate voi se ho diritto di dire la mia sull’università senza che qualcuno pensi che io debba difendere chissà quale diritto acquisito.

Mi sono laureato nel 1978. Poi ho fatto la specializzazione di Scienze dello spettacolo. Mi sono specializzato un po’ in ritardo: nel frattempo ho fatto il servizio civile come obiettore di coscienza, e mi sono sposato. Per mantenermi ho insegnato a scuola, al liceo. Alcuni miei amici di oggi sono miei studenti di allora. La carriera era chiusa, ma io ci volevo provare. Era chiusa perché una specie di sanatoria aveva immesso in ruolo tutta una vasta gamma di assistenti, collaboratori, eccetera, e sembrava non ci sarebbe stato più spazio per nessuno. Attenzione. Della sanatoria ha usufruito soprattutto la generazione prima della mia, cioè colleghi (magari bravissimi, naturalmente) che erano nati nell’immediato dopoguerra. Improvvisamente, nel 1984/85, si avviarono i primi dottorati di ricerca. Il mio prof, Gianfranco Bettetini, mi guardò e mi disse: provaci appena puoi. Provai a Torino, un dottorato in Cinema e Teatro. Eravamo una sessantina di candidati per tre posti. Borsa di studio irrisoria. Arrivai quinto dopo lo scritto. Quarto dopo l’orale. Il terzo rinunciò e io passai. Telefonai al coordinatore per chiedergli che tipo di impegno mi avrebbero proposto. Mi disse: una settimana a Torino, una a Genova, una a Roma. Dissi grazie. Riattaccai. Mandai la lettera di rinuncia. Avevo avuto una bambina. Non potevo guadagnare meno che a scuola e spendere di più. 

Il resto alla prossima puntata. Oggi, quando vedo qualcuno che vuole fare il dottorato penso fra me e me: in bocca al lupo, ragazzo o ragazza, cerca di farcela. Qualcuno ci riesce, qualcuno no. Ma se sono in commissione cerco sempre e soltanto di far passare i migliori.

Ho una figlia, brillantissima. Si è laureata con il massimo dei voti. Mi ha detto che avrebbe tentato il dottorato. Ho pensato: in bocca al lupo, ragazza mia. Non ho fatto una telefonata, né lei me l’ha chiesto. E’ ovvio. Niente di eroico, ma siccome sembra che questa sia la prassi dei baroni, è bene ribadirlo. Dopo svariati tentativi ha vinto un dottorato, senza borsa. Adesso cerca qualche lavoretto per mantenersi. Nihil sub sole novi. In bocca al lupo, ragazza mia. In bocca al lupo a tutti, ragazzi miei.

(segue…)

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Responses

  1. due osservazioni:

    – ho la fortuna di aver conosciuto uno dei tanto citati baroni molto, molto da vicino. Una di quelle persone con un posto da ordinario, una cattedra ‘sicura’, interessi e lavori di ricerca molteplici che, ovviamente, costituivano proventi extra.
    Un ‘signorotto’, un docente così egoisticamente arroccato sul suo trono dall’aver dedicato tutta la propria vita all’università, il suo luogo dell’anima, come lui ha sempre affermato.
    Un professore attento, sempre impegnatissimo, ma che trovava il tempo di fornire a ciascuno dei suoi studenti un programma d’esame personalizzato, calibrato sulla persona e non sul corso. Un uomo incantato dalla propria disciplina, che sapeva innamorarsi, e far innamorare, della filosofia ad ogni nuova lezione. Un ricercatore curioso nei confronti dell’altro da sé, che ha speso il suo lavoro nel declinare la filosofia secondo sentieri e percorsi poco battuti, il cui marchio distintivo è sempre risieduto nel coniugare curiositas ed humanitas in un’unicità inconfondibile.
    Ora non c’è più, e gli studenti che hanno avuto la fortuna di lavorare con lui ne sentono ancora la mancanza, e vivono e lavorano a modo suo.
    La mia vicinanza a questa persona fa di me una fonte inattendibile ma… manca tantissimo anche a me. Da lui ho imparato che il lavoro su ciò che si ama paga più dei soldi e della fama: se l’espressione ‘barone’ indica una particolare statura d’animo, un’elevatezza morale peculiare… sì, ho incrociato lui, e molti signori, o baroni, come lui. Uno di loro, cari compagni di viaggio, è l’ideatore di questo blog. Che il cielo volesse che ce ne fossero di più.

    – Il dottorato… anche per me è stato a lungo un obiettivo, un sogno. Tale è rimasto, per ora.
    Perchè, o come, sarebbe fuori tema: ricordo però benissimo l’emozione prima delle prove, il nodo alla gola dopo l’orale, il click nella testa quando ero sui libri a preparare l’esame (‘Ecco! è questo quello che voglio veramente!’)
    Per chi, come me, sente qualcosa che si incastra nella testa quando guarda quella strada, consiglio di provarci, con tutto il cuore. Consiglio di non farsi spaventare da ostacoli e difficoltà, ma di attaccare a testa bassa, con ostinazione: già il puntare decisi ad una meta simile porta con sé una grande ricchezza.

  2. Sicuramente la strada del dottorato è lunga e difficile, chi ci prova ha buone possibilità di andare a sbattere contro un muro, eventualità che però non deve minimamente farlo/la desistere dal provarci con tutte le forze.
    Ma questa non è una sensazione che accompagna solo i dottorandi, ci accompagna tutti nella vita di ogni giorno, raggiungere un obbiettivo non è mai semplice.
    Dunque da parte mia spero anch’ io di incrociare un giorno un “barone” che forse mi farà capire qual è la mia via, qual è la mia vocazione…fortunatamente ho ancora un po di tempo per cercarla, le idee confuse nella mente durante questo percorso universitario si vanno piano piano schiarendo…è questa la qualità più grande che a mio parere deve avere un insegnante…aiutare (non condizionare) lo studente a capire ciò che vuole dalla sua vita…
    Così spero di tornare un giorno su questo blog con le idee più chiare, avendo anch’ io il mio obbiettivo da raggiungere….

    Per ora mi godo la mia vita da studente spensierato…che tutto sommato non mi dispiace poi così tanto…. 🙂

    Buon vento e buona fortuna a tutti….

  3. “Non si può oggi diventare professori”
    Me lo ha detto per la prima volta Franco Croce Bermondi nei lontanissimi anni ’90: dopo non l’ho mai mollato, perchè era stato sincero. E la letteratura studiata con lui si sostituiva alla vita. 2 esami in letteratura italiana, un seminario dantesco, quello sul Pascoli latino, un esame in filologia italiana, uno in storia della letteratura italiana, un seminario sulla storia del romanzo. Coordinati, tenuti, pensati, svolti da lui che durante lalezione ti proponeva di diventare professore e lui alunno. Lui sempre ti dava l’opportunità di essere professore, solo ti diceva chiaro che il sistema era corrotto. Insomma anche le lezioni di letteratura italiana possono essere politica. Partecipo a questo blog perchè devo tenere l’ennesima lezione ad un corso di comunicazione e marketing culturale, che non ho progettato io e vorrei cominciare dalla fine, da voi, da chi desidera apprendere e metterisi in gioco in un mestiere così apparentemente facile ma dannatamente rischioso. Dentro di me mi chiedo chi ancora possa iscriversi ad un corso post laurea di 100 ore di cui 50 in fad con un titolo così generico. Ho avuto la fortuna di confrontarmi con successo con due tecnici di comunicazione – Gianni Vasino ed uno degli ex responsabili ufficio stampa Fiat. Scrivo perchè mi piace e perchè mi dà da lavorare. Ho vinto un dottorato con borsa e l’ho rifiutato, perchè il finto barone si è rivelato tale quando avrei dovuto sottoscrivere l’addio alla mia indipendenza intellettuale. Oltre che al contratto. Da 8 anni precaria vivo della scrittura attraverso progetti di fundraising culturale e mi occupo di comunicazione off e on line. Ma prima mentre studiavo all’università ho sperimentato tutti i linguaggi artistici per capire dall’interno il loro funzionamento: arte visiva, cinema, pubblicità, teatro. Martedì scorso sono andata a vedere la mostra di Basquiat e ho pensato di iniziare la lezione portando i corsisti a vedere la mostra “I fantasmi”: le opere d’arte realizzate tra il 1982 e il 1986 restitutiscono e sono lo specchio della nostra società. Poi ho scaricato gli appunti di una vostra lezione che mi ha fatto riflettere sull’importanza di contestualizzare la teoria nella nostra realtà che viviamo. Per questo vorrei iniziare la lezione con un’esperienza culturale da cui e con cui iniziare un ragionamento concreto sull’importanza di una buona ed efficace comunicazione consapevole. E per continuare con un po’ di burrasca vi segnalo “Contro la comunicazione” di Mario Perniola, Einaudi, costo circa 10 euro. Non so se si possa scaricare su web, non sono così allenata. Ma è importante capire con lui cosa significa trovare nell’ombra dell’arte la forza di non mediatizzare, di non voler esaurire tutto nel messaggio codificato perchè anche chi legge il messaggio lo interpreta. Sia il cinema che la poesia hanno a che fare con lo spazio bianco o nero dell’assenza di parola o immagine. Sapientemente calibrate con il pieno sono lo stile. Nel darvi la forza di resistere vi trascrivo un messaggio di Raymond Carver, tratto da Niente trucchi da quattro soldi:
    “Imparare”
    I vostri muscoli si rafforzeranno, la vostra perlle s’indurirà e potrete cominciare a farvi crescere la folta pelliccia invernale che vi aiuterà a sostenervi nel freddo e difficile viaggio che vi aspetta. Con un po’ di fortuna, imparerete anche voi a tenere la rotta orientandovi con le stelle. Minimum fax, 2002

  4. «Essere legati al proprio ambiente, amare la piccola squadra cui si appartiene nella società è il primo principio di ogni affezione pubblica. È il primo di una serie di legami percorrendo il quale giungiamo all’amore per il nostro Paese». Edmund Burke, Riflessioni sulla rivoluzione francese, 1790

  5. beh devo dire che fai un bel lavoro! ed una vita interessante! Anche a me sarebbe piaciuto fare il dottorato e poi la carriera universitaria ma il professore con cui avevo fatto la mia tesi di laurea andando al rinfresco del dopo tesi in merito al lavorio mi disse:oggi il settore dove “tira” di più è quello delle consegne…. non dico altro!
    saluti Luis

  6. Mia esperienza personale: ho studiato ingegneria elettrica (V.O.) alla Sapienza. La maggior parte dei miei insegnanti erano baroni. Tutti preparatissimi, rigorosissimi e correttissimi, sempre presenti e disponibili nei limiti dell’orario (a pranzo si pranza e la sera si torna a casa). Solo una deprecabile eccezione ma su 28 docenti un coglione lo si può tollerare senza alcuna fatica. Non ho fatto il dottorato in ing. elettrica (ma potrei cambiare idea). Se avessi voluto non ci sarebbero stati problemi, da noi (a ing. elettrica) basta studiare, anche un figlio di operai (come me) senza conoscenze di livello può accedere. Se poi in Italia ai dottorati più fortunati vengono corrisposti solo 800 euro al mese, beh non vedo come sia colpa dei baroni, probabilmente è colpa dei politici che amministrano la cosa pubblica. Insomma tutta ‘sta manfrina per dire che come al solito la generalizzazione è lo sport preferito degli ignoranti con poca voglia di capire il mondo che hanno intorno, un mondo molto più complesso dei ragionamenti di cui sono capaci le persone che risolvono i problemi a forza di slogan più o meno efficaci.
    Un Saluto.

  7. Mi segnalano nelle bussole di Ilvo Diamanti il seguente testo, che copio/incollo senza commenti. Titolo: Chiamatemi Barone.
    L’ho detto a mia moglie, ieri sera, dopo aver sentito ripetere questa definizione almeno una decina di volte, in tivù, nei salotti dove si discute delle sorti dell’umanità. Da Vespa e da Mentana. Da Floris e da Santoro. Ospiti: la variegata tribù di lotta e di governo, che si affolla intorno e dentro l’Università. Studenti pro e contro, manifestanti di sinistra e di destra, agitatori e agitati, rumoreggianti e silenziosi. Occupanti e occupati. Poi, filo-ministeriali e oppositori democratici. Infine, professori. Pardon: “baroni”. Perché ormai è dato per scontato: i professori universitari sono “baroni”. Tutti. Reclutati in base a criteri clientelari, attraverso concorsi-truffa, che a loro volta provvedono, puntualmente, a riprodurre. Reclutando, a loro volta, ricercatori e professori in base a logiche di fedeltà. Schiavi e servi della gleba, che, dopo secoli di precarietà, un contratto oggi, una borsa domani, un dottorato e un post-dottorato dopodomani, giungono, alla fine, stremati, all’auspicato posto fisso. Per fare i ricercatori fino a diventare professori. Naturalmente “per anzianità” (così si dice). Senza rispetto per il merito e per la produzione scientifica, didattica e organizzativa. “Baroni”, appunto. I veri colpevoli del dissesto dell’Università italiana. Del degrado del sapere nazionale. Dell’ignoranza che regna fra i giovani. E, anzitutto, del disastro finanziario. Del deficit crescente di risorse. Provocato non tanto dai tagli di questo governo e da quelli precedenti, ma da loro (da noi): i baroni. Che prendono lo stipendio senza fare nulla. (Soggiogateli ai tornelli!). Incapaci di gestire le università. Colpevoli della moltiplicazione dei corsi e delle sedi, dovunque. Le università telematiche e quelle tascabili, fuori porta. Che promettono e permettono la conquista del titolo di dottore a tutti. Giornalisti, carabinieri, poliziotti, infermieri. Volontari e involontari. Perfino i politici. Beneficiati da un monte-crediti formativi tale da permettere loro di laurearsi in pochi mesi, con pochi esami. Dottori in Scienze della futilità. Questi “baroni”: fannulloni, perfidi e manovratori. Capaci di manipolare gli studenti. Di farli scendere in piazza insieme a loro, per loro, con loro. Invece che “contro” di loro.

    Tutti baroni. Tutti. Inutile eccepire … Inutile osservare che tu, io, lui, noi – alcuni, magari molti – lavoriamo e insegniamo in modo assiduo e regolare, facciamo ricerca, pubblichiamo libri e saggi, perfino su riviste internazionali (un’aggravante: dove troviamo il tempo per fare tutte queste cose? Per scrivere e per studiare? Partecipare a convegni in Italia e addirittura all’estero?). Per sostenere le nostre attività, cerchiamo – e qualche volta troviamo – finanziamenti. Non solo pubblici: perfino privati. Le eccezioni non contano. Sono conferme alla regola. Inutile osservare che se ci fosse un sistema di reclutamento e di valutazione universalista, criteri di finanziamento fondati su parametri “misurabili” di qualità e quantità … Inutile. Perché tutto ciò non c’è. E se non c’è, inutile prendersela con il legislatore. La colpa è dei “baroni”. D’altronde, quanti baroni infiltrati in Parlamento e perfino nel governo… Insomma, è inutile entrare nel merito, precisare. Quando da “professori” si diventa “baroni” le distinzioni cessano di avere rilievo e significato. Suggerirle, evidenziarle: è perfino fastidioso. Perché possiamo differenziare i professori, i quali possono essere bravi, capaci, laboriosi, prestigiosi, oppure fancazzisti, ignoranti peggio degli studenti, arroganti, fannulloni nullafacenti e nullapensanti. Ma i “baroni” no. Perché traducono fenomenicamente una categoria sostanziale: la “baronità”. Per cui i baroni sono i signori oscuri di una terra oscura. Avvolta nelle nebbie. Anche la semantica, d’altronde, condanna e stigmatizza la categoria. Ridotta a una variante della “casta”. Definizione usata, fino a qualche mese fa, per catalogare (e insultare) i politici. Ora, invece, lo stesso termine è applicato con analogo disprezzo, ai professori dell’università. La casta dei baroni. Titolari di privilegi ereditati ed ereditari. Dotati di un potere arbitrario. Un ceto “nobiliare”, appunto.

    L’ho rammentato a mia moglie, come scrivevo all’inizio di questa “bussola” un po’ scombussolata. Da oggi io sono un Barone. E lei, di conseguenza, una Baronessa. Intanto, i Baronetti – ignari di essere divenuti tali – se ne stavano nelle loro stanze, intenti a studiare.

    Chissà che invidia il Presidente del Consiglio. Lui, con i suoi successi, riconosciuti da tutti: soltanto Cavaliere.

  8. caro fausto,

    avevo già letto l’articolo che proponi, e già come allora avevo intuito che la definizione di “barone”, così come era passata nel discorso pubblico del potere, fosse letale per l’università quanto lo saranno i tagli.

    perchè se i drastici e raccapriccianti tagli alla spesa minano le basi della ricerca e dell’esistenza stessa dell’università, dall’altra parte la definizione di barone seppellisce a colpi di falsità l’insieme di quei professori universitari, ordinari e non, stabilizzati e/o precari, che invece potrebbero essere l’antidoto a questa sciagura, il punto su cui potrebbero innestarsi la forza e la spinta per il cambiamento – che è parallelo ma intersecante con la forza e la spinta del movimento studentesco.

    in qualsiasi caso, bisognerebbe battersi per un reale cambiamento del sistema universitario – anche se, per assurdo, la legge 133 venisse ritirata, ci troveremmo comunque in una stagnazione da bravidi, che non potrà non peggiorare. più che proteggere il passato, passato che allo stato attuale è dissolto, bisognerebbe spingersi verso il futuro, verso una riforma reale, questa sì necessaria e tempestiva.

    invito te, e tutti i lettori di questo blog, a leggere questi interventi apparsi in rete:

    1) http://www.carmillaonline.com/archives/2008/11/002842.html dove si fa il punto sul tipo di linguaggio messo a punto in questi giorni, linguaggio pubblico che è culminato nella metafora dei “baroni”;

    2) http://www.nazioneindiana.com/2008/11/07/la-filosofia-politica-come-arte-della-disobbedienza/ testo ripreso dalla lezione all’aperto di un professore che discute su cos’è la filosofia politica, e su come la filosofia politica può aiutare oggi a pensare l’università e ad aiutare la mobilitazione cognitiva del movimento.

    3) http://www.nazioneindiana.com/2008/11/13/a-gamba-tesa-sergio-bologna/
    un testo lucido e disperato di un professore universitario ormai fuori dall’università che dialoga con gli studenti e spinge loro a pensare al futuro con parole come queste:

    “Malgrado l’Università italiana sia un luogo da cui sono contento di essermene andato, sia un luogo che umilia le intelligenze invece di stimolarle, credo che siano ancora tanti i docenti e molti i ricercatori con i quali voi [cioè gli studenti] potete stabilire un patto di formazione negoziata. Le dinamiche di coalizione che si creano durante un processo rivendicativo, durante una protesta che chiede la restituzione di qualcosa – come la maggior parte delle proteste che nascono da situazioni difensive e non da un’iniziativa preventiva – sono molto fragili e rischiano d’impoverirsi e irrigidirsi, troppo focalizzate sull’obbiettivo. Pertanto occorre pensare ad attivare processi di continuità, svincolati dall’obbiettivo. Francamente, se la 133 viene ritirata la vostra condizione di fondo non cambia. E’ questa condizione che dovete cambiare.

    a presto

    giuseppe

  9. Grazie a tutti. Il tema provoca molte e calde reazioni. Le indicazioni di lettura di Giuseppe sono davvero preziose. Uno dei modi di fare il nostro mestiere è riflettere sui discorsi sociali che girano su di noi. E lì in mezzo trovare il senso di quando sta succedendo. Perché questo senso cambia non solo i discorsi, ma anche le cose…
    Lo so, non è chiaro, ma che pretendete a quest’ora di sera?

  10. ecco la mia esperienza (ammesso che possa interessare a qualcuno): mi laureo a luglio del secondo anno di specialistica con il massimo dei voti e decido di tentare il dottorato di ricerca.
    Mi iscrivo a quattro concorsi: il primo, a bologna, sono terrorizzata. Esce un tema che non so fare, scrivo la mia tesi e torno a casa. Non passo lo scritto.
    Secondo concorso: roma, sono concentratissima. Il titolo del tema è la mia tesi di laurea (più o meno).
    prendo 39. serve 40 per passare.
    penso “fa niente, io non mollo, ce la posso fare”.
    Terzo concorso: milano. vinco un posto senza borsa e ricevo un’ottima offerta di lavoro.
    penso “ok, calma, posso fare entrambe le cose, ce la posso fare sul serio”.
    quarto concorso: arrivo terza dopo la valutazione dei titoli ma l’orale è lo stesso giorno del colloquio definitivo per il famoso lavoro: rinuncio all’orale e il colloquio va male.
    sempre fiduciosa mi impegno a trovare qualche altra fonte di retribuzione e inizio una sequela infinita di colloqui, finché, tutta contenta e fiduciosa, torno in università a parlare con i miei ipotetici tutor del dottorato e scopro che non posso lavorare: “no, no, no, bisogna dedicarsi interamente allo studio; il dottorato è una cosa seria signorina, un onore! e poi, tutti questi colloqui, che confusione..ma lei lo sa che cosa vuole veramente???”
    io non so se esistono i baroni, non ne ho mai incontrato uno, o non me ne sono mai accorta, però adesso so che esistono persone che mi fanno davvero pensare che forse, in fondo in fondo, non ce la posso fare.

  11. Grazie a Chiarina del suo commento. Le dedico in nome della speranza una canzone di Paolo Conte. Anzi, la dedico a tutti. L’indirizzo è questo: http://it.youtube.com/watch?v=Xbt1tE33BLs


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