Pubblicato da: faustocolombo | 4, novembre, 2008

Sound of silence

Di tanto in tanto si fanno degli incontri originali. Soprattutto nella didattica universitaria. Stavolta racconto in breve la scoperta di una laureanda triennale che mi ha praticamente estorto un elaborato finale sul silenzio nella comunicazione. O meglio, sul ruolo comunicativo del silenzio. Non racconto il suo lavoro, né dico il suo nome, qui. Lo farò volentieri se mi autorizzerà esplicitamente. Ho accettato l’argomento con un certo sussiego, perché mi pareva difficile. Ne è venuto un lavoro bellissimo, che tra l’altro mi ha fatto conoscere l’opera di John Cage 4′ 33”, un pezzo (credo del 1952, ma forse è solo la data della prima esecuzione) di cui ero completamente all’oscuro. Ho trovato diverse versioni dell’opera su Youtube, e ve ne segnalo due. Mi piacerebbe discuterne. Se avete voglia, dateci un’occhiata:

… il suono del silenzio…

Continuo a ripeterlo fino alla noia: se non si capisce quanta ricchezza ci sia nel lavoro dell’università, inutile anche parlarne. Grazie alla studentessa (e a John Cage, naturalmente… Come al solito trovate una scheda su Wikipedia) di questo regalo.


Responses

  1. Il pezzo di John Cage, l’IDEA dietro il pezzo, è di una tale essenzialità da lasciare basiti.

    Ho ascoltato prima il brano, attuale ed anacronistico allo stesso tempo: il mettere in scena un silenzio talmente denso che, esecuzione atipica, non si concentri su sé stesso, ma dia risalto e valorizzi ogni modificazione del proprio stato (ad ogni rumore, sussurro, fruscìo) non è un’operazione ‘furba’, ma ha della progettualità. Del coraggio, direi.

    Ho curiosato, poi, sulla pagina di Wikipedia dedicata a Cage: non concordo sull’interpretazione di 4′ 33”. Il silenzio non è, a mio parere, ‘la rinuncia alla centralità dell’uomo’: è piuttosto un modo per far assurgere l’ascoltatore al ruolo di creatore di un’opera, perché solo l’intenzionalità del proprio ascoltare potrà renderla tale.

    Curioso come ciò non mi suoni nuovo: il silenzio, nell’esecuzione di Cage, è un precursore dei new media, un ‘medium’ che consente alla fruizione di partecipare in modo pregnante alla definizione ed all’articolazione dell’opera fruita.

    Un’ultima suggestione: un’altra autorialità importante ha saputo costruire dei capolavori su pause e silenzi densissimi. Mi riferisco all’opera di Lynch, alla sua scelta di sonorità estremamente significative (silenzi ‘vivi’, o le magnifiche colonne sonore di Badalamenti). Cito, a mo’ di esempio, la sequenza cardine di Mulholland Drive, su cui è costruita la dualità del film. In questa scena il silenzio (‘Silencio, no hay banda, no hay orquestra’) è elevato a metalinguaggio, metafora sull’incanto e la finzione, materie prime del narrare cinematografico. Per chi non conoscesse il film:

    PS: una curiosità riportata in fondo alla pagina di Wikipedia dedicata a Cage mi ha fatto sorridere: si tratta di un episodio improbabile ma assolutamente reale che riguarda la partecipazione del compositore a Lascia o Raddoppia in qualità di esperto di funghi (sic!).
    Impagabile… un altro tassello per Eco e le sue Bustine di Minerva, riguardo alla fenomenologia di Mike bongiorno!😀

  2. Grazie Sara. Nel gioco delle citazioni aggiungo una delle mie sequenze cinematografiche preferite. Si tratta delle due sequenze finali di Smoke, tratto da Paul Auster: http://it.youtube.com/watch?v=9xbNrX-kYzI&feature=related
    http://it.youtube.com/watch?v=61pp51kxvVM.
    Sorry: per ora ho trovato solo l’edizione castigliana della prima sequenza…

  3. scrivo da ex, dato che da due anni ormai sono fuori dall’università. scrivo in quanto ex, perchè dopo aver respirato per anni – negli anni decisivi – teorie e punti di vista sul mondo della comunicazione, sulle infinite declinazioni del mondo della comunicazione, è impossibile farne a meno.

    servirebbe un associazione per vecchi studenti di scienze della comunicazione, tipo “alcolisti anonimi”, per sistemare e resettare i neuroni che per lunghissimo tempo hanno percorso le traiettorie e le volute di quel sapere. ma, fortunatamente, è una cosa da cui non ci si libera più. io ho sviluppato una forma sottile di dipendenza. forse capiterà pure ad altri. ma non è dato sapere.

    tornando al punto: forse il silenzio non esiste. perfino il famosissimo brano di cage lo dimostra. nonostante le sue mani siano ferme, ed il pianoforte sia chiuso, qualcosa continua a produrre suono e rumore. fruscii, scricchiolii, sottilissime vibrazioni. se non gli strumenti, se non gli uomini, è l’ambiente stesso a produrre e diramare forme diverse di sonorità. allora viene da pensare che il silenzio sia un Assoluto. qualcosa come il bene, il male, l’oscurità, la verità. qualcosa verso cui gli esseri umani tendono, verso cui si spingono, senza mai riuscire nemmeno a sfiorare il punto rovente del bene, del male, dell’oscurità, della verità. certo, alcuni si spingono molto vicino, ma toccare quel punto è tutta un’altra faccenda.

    per esempio, se proprio volete toccare il silenzio, almeno al cinema, dovreste esperire il deserto di “gerry”, il film più bello di gus van sant: http://it.youtube.com/watch?v=5LHKhsXvjMo

    tra l’altro, proprio perchè è un assoluto, il silenzio non ha potuto far altro che alimentare e dare luogo a forme di estica, come ricorda perniola: http://rivista.ssef.it/site.php?page=20051005094009242&edition=2006-05-01

    noi, del resto, siamo gli ultimi esemplari della specie, ma i primi discendenti a non fare esperienza del silenzio. abbiamo avuto una perdita secca delle forme del silenzio. soprattutto in città. con le lucciole si sono estinte anche le spire del silenzio.

    anche se non è detto che il fracasso non sia una raffinatissima forma di silenzio. e che noi, in realtà, nel frastuono, nei decibel ingigantiti, nel pulviscolo sonoro, ritorniamo puri, come piccoli asceti, concentrati in noi/spinti fuori da noi, contemporaneamente.

    a presto

    giuseppe

  4. del resto, proprio lo scrittore tiziano scarpa, su 4’33”, ne “il primo amore”, (http://www.ilprimoamore.com/) un bellissimo sito di scrittura collettiva, avevo proposto questo:

    “Ho assistito a un’esecuzione di 4’33”, il celeberrimo brano silenzioso di John Cage. Come è noto, si tratta in realtà di una performance: il pianista avvicina le dita alla tastiera, esita, rinuncia, apre e chiude il coperchio del pianoforte, siede immobile, ecc. I movimenti della sonata sono i suoi gesti. La pianista del concerto di oggi lo ha eseguito su tastiera giocattolo anziché su pianoforte a coda, sulla scorta dei pezzi scritti da Cage per il toy piano. Così mi sono reso conto che 4’33” non è affatto un brano sul silenzio in generale, e nemmeno una performance che mostra la sacra renitenza del musicista a fare musica, o la sua nevrosi ecc. È un brano che fa sentire il particolare tipo di silenzio che si può ottenere da quello strumento, così come se ne tirano fuori suoni specifici, con un timbro caratteristico. Per riuscire a suonare il silenzio di uno strumento, ci vuole uno specialista di quello strumento. Ogni cosa produce il suo silenzio, diverso da qualunque altro.”

    giuseppe

  5. Ciao Giuseppe,

    grazie mille per il suggerimento cinematografico: è sempre piacevole incontrare qualcosa che non si conosceva, e che ti incuriosisce fino al punto di fare le presentazioni😉

    Soprattutto, trovo consolante incontrare un altro soggetto affetto da SSC (Sindrome da Scienziato della Comunicazione): i sintomi, inutile negarlo, sono sotto gli occhi di tutti.

    Per coloro che ancora fossero nella Fase 1 (Negazione), ecco a voi i più frequenti:
    – preferenze di consumo mediale additate con sospetto dagli amici di vecchia data (‘i libri che leggi tu vendono 10 copie e poi di solito vengono mandati al macero’; ‘Che razza di film è? non succede niente/non si capisce niente/fa venire sonno!’)
    – passione per i new media – atteggiamento critico (come può essere critico un innamorato nei confronti della sua amata) verso i mass media – i new media che parlano di mass media vi mandano in sollucchero;
    – visione mediacentrica dell’universo;
    – continuo e furtivo ritorno ai ‘luoghi dell’anima’ (chiostri universitari, sito dell’università e bacheche dei docenti).

    Peccato che il problema sia ancora poco discusso… non conosco associazioni che possano avviare al recupero o alla reintegrazione. Tu sei più informato?
    Forse, però, non sto cercando di uscirne davvero… in fondo nella SSC io ci sto bene…😀

    PS: le lucciole non sono ancora estinte, ne ho scorte due la scorsa estate. Buon segno…

  6. ciao sara,

    piacere di fare la tua conoscenza, seppure in modo virtuale, non di persona, tra i pixel bianchissimi di questo blog, predisposti dalla persona che ho più seguito, e da cui ho più imparato, durante gli anni dell’università.

    del resto, è in parte colpa sua se ogni benedetta volta che guardo un film, o mi muovo tra i confini di una mostra, o attraverso gli spazi mobili delle città, o percorro le righe di un libro, non posso fare a meno di pensare al modello semiotico-enunciazionale, agli incroci delle significazioni e alle diramazioni del senso – o immancabilmente al punto in cui gli autori e i lettori/spettatori s’incontrano davvero. fondendosi o graffiandosi a vicenda. cosa che riporta immediatamente alla questione centrale dello studio della comunicazione: cioè l’Altro, il rapporto con gli altri, il superamento degli ostacoli e la vicinanza con i propri simili.

    è come se l’università avesse ricalibrato i miei pensieri, spingendoli contemporaneamente in superficie come in profondità, verso le novità e/o le metamorfosi del passato che si avverano ovunque.

    colgo qui l’occasione per ringraziare pubblicamente fausto colombo. durante l’estate ho avuto il piacere di proporlo e invitarlo alla trasmissione televisiva in cui lavoravo, dodicesimo round, su rai2. sentire le sue parole lì in studio, mentre scorrevano lungo il tubo catodico, mi ha precipitato al tempo intensissimo dell’università. dove ogni giorno era una chance – forse irripetibile – per spingersi oltre, fuori da te stesso, o verso te stesso, dentro le sterminate praterie del sapere.

    se clicchi sul mio nome, leggerai una cosa che avevo scritto quando ero uscito dall’università: lì dentro c’è una piccola parte delle cose che penso, e seppure in maniera velata, quasi in forma di simulacro, compare per qualche istante fausto (tra di noi, ai tempi delle lezioni, lo si chiamava così).

    a presto
    giuseppe

  7. Sono io che vi ringrazio, compagni di viaggio. Quanto è stato lungo questo viaggio. E non si può mai dire quanto lungo sarà ancora… C’è voluta una nave dai pixel bianchi per ritrovare tanti gentiluomini (e gentildonne) di fortuna, e scoprire che non li si era mai persi, e farli incontrare fra loro.
    Bella cosa, la navigazione.
    Buon vento, buon vento…

  8. Esistere … si è ciò che la maggior parte di noi, ragazzi e non, fa. Io dico no. Si deve vivere , non accontentarsi di esistere. Trovare la spinta per andare fino in fondo alle cose, per impegnarsi, per urlare no alle scorciatoie, per non aver paura della paura, per essere orgogliosi di aver dato qualcosa. È la bellezza di imparare, la voglia di capire, la possibilità di aprirsi a nuovi orizzonti, il coraggio di mettersi in gioco, pensare che un punto non esiste…
    Respirare la vita, nella vita e con la vita. Allentantare i pensieri e lasciarsi trasportare dalla sensibilità, sentire le emozioni in tutto ciò che si fa, assaporarle… gustarle.. magari anche proprio scrivendo la propria tesi.. e perchè forse è solo così che possono nascere dei… regali.
    E… perché un “dono silenzioso”? Perche è spazio inedito, bellezza di quanto cantato nella più totale assenza di parole, dove il vuoto si mostra a contenere.
    Grazie John Cage.

    Intelligenza,curiosità, determinazione, desiderio e soprattutto passione… ecco ciò che muove il nostro vento.
    Grazie al Prof. Comolbo per avermi dato la possibilità di dare respiro al mio “vento”.

    Nicole

  9. Nicole, è tuo l’elaborato sul silenzo nella comunicazione? guarda un po’ quanto interesse hai saputo creare… brava, e grazie!

  10. il silenzio è mistero. e il mistero è stimolante.e ciò che ci stimola è scoprire. abbiamo bisogno del silenzio per scoprire i nostri pensieri, le nostre idee, soffocati da un mondo saturo di comunicazione…che rende tutto troppo evidente e dunque più banale: tutto dev’essere detto in mille modi e costantemente. siamo bombardati da suoni, parole, scritte, in effetti non possiamo decidere di spegnere le orecchie. Credo che comunicare troppo svuoti il significato delle parole, anche fra amici per esempio. e si svuota un po il rapporto. in effetti il silenzio è magia, nel senso che ha una forza sovranaturale, in un ogni sfera: se si sta in silenzio fra amici per esempio non solo si riscopre la gioia di conversare, è come se ogni individuo si concentri in modo cosi naturale sui propri pensieri che quando decide di comunicare ciò che dice sembra davvero venire dal profondo dell’anima, da una vera scoperta. inoltre se due amici rimangono in silenzio,senza imbarazzi e senza sforzo, significa che c’è grande intimità…è come voler comunicare un reciproco rispetto dei pensieri altrui, perche il rapporto è forte e ci si fida. si sta in silenzio perche non è necessario parlare costantemente fra buoni amici, ci si capisce al volo. è una forza magica. il rapporto d’amicizia è pura sintonia. il silenzio può rappresentare davvero la prova del nove…

    inoltre…nicole leggendo le tue parole mi sono ritrovata in perfetta sintonia con te.
    se non si libera la mente ci si fossilizza, si annientano le emozioni e non si è se stessi…pensieri, emozioni, idee, tutto ciò è passione. quando disegno per esempio io trovo il mio silenzio magico, mi libero completamente e mi rigenero, riscopro e scopro pensieri che avevo dimenticato, che non ho avuto il tempo di analizzare, e da li la mia curiosità parte e l’originalità esplode. questa sono io,mi dico ogni volta, mi riconosco.poi però si ritorna nel mondo reale dove la maggior parte delle persone non è abituata a lasciarsi andare e preferisce il rumore assordante che, per carità, puo essere bellissimo, ma anche troppo banale e anestetizzante soprattutto, ecco anestetizzante credo sia la parola giusta.
    il silenzio è arte.el***

  11. Dirò così, in modo un po’ approssimativo. C’è un silenzio che è l’assenza di comunicazione, la sua negazione, ciò che ne spiega il valore. Il silenzio davanti all’ingiustizia, per esempio, o la negazione della parola che significa lontananza, distacco, rifiuto. Questo silenzio ci ricorda che siamo tenuti a comunicare, a esprimerci, a far sentire la nostra voce.
    Poi c’è il silenzio nella comunicazione, che è un linguaggio: le pause, il respiro che riempie i polmoni prima di pronunciare un suono, la riflessione che ci aiuterà ad essere più pertinenti, autorevoli. E’ questo silenzio, che ogni tanto ci manca, riempito dal fracasso dei media e delle relazioni (in sé magari meravigliose, ma spesso riempite di inutilità e luoghi comuni). E’ questo silenzio che ci affascina. In barca quest’estate sono andato a prua, durante la navigazione. Cercavo un concetto, che non mi era chiaro. Ho fissato a lungo le onde, in silenzio. Era lì, davanti a me, nella forma di una metafora. Ho fatto un piccolo gesto con la mano, come a coglierlo. Quando sono tornato in pozzetto i miei amici hanno sorriso. Avevano capito cos’era successo. Sound of silence.


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