Pubblicato da: faustocolombo | 22, ottobre, 2008

Le mille retoriche che assediano l’università

Non avrei voluto farlo, in questo blog. Dico parlare dei movimenti dentro e attorno l’università, della contestazione, delle cronache dei media, dell’idea scanzonata di far reprimere una protesta come se fosse un problema di ordine pubblico. E infatti non ci voglio entrare, qui. Ma dal ponte di questa nave corsara un po’ sfigata (non ho mica scelto Corto Maltese per caso) voglio dire qualcosa su un assedio particolare che stringe la mia università (non la cattolica, tutta l’università in cui ho scelto di vivere e lavorare). Voglio dire: attenti! A cosa? Alle retoriche che scendono in campo, ai luoghi comuni, alle frasi fatte e alle pseudocertezze che cominciano a riempire di parole la nostra sfera vitale. Ne farò un primo, provvisorio catalogo, e invito chiunque lo voglia ad allungarlo come crede.

Primo luogo comune: che cosa vogliono questi? Non vorranno riproporre il 68? Basta con il 68! Ogni volta che qualcuno si muove ecco la frase fatta: è tornato, non vogliamo che torni… Ma che torni cosa? La storia non si guarda indietro. Magari potremmo cambiare, dire: Non vorranno riproporre il 48 (quello dell’Ottocento), o il 70 (sempre dell’Ottocento, quello della Comune di Parigi). Ci sono le persone nella storia, che fanno quello che credono o che credono di credere. E hanno diritto di farlo senza etichette regressive e repressive. 

Secondo luogo comune: chi si credono di essere questi? I professori rubano lo stipendio, gli intellettuali sono astratti, gli studenti sono fannulloni. E quindi tutta questa sceneggiata sulla riforma Gelmini è il solito tentativo di impedire che qualcosa cambi. E intanto non si dice che cosa fa la riforma, non si spiega davvero cosa fanno i professori, non ci si chiede perché stiamo sprofondando nelle classifiche internazionali e perché la prima (e unica) università italiana nelle prime 200 è quella di Bologna, dopo il 190simo posto. Oppure uno se lo chiede e dice: per forza, i professori rubano lo stipendio, gli intellettuali sono astratti, gli studenti sono fannulloni. I soldi che diminuiscono, gli stipendi ridicoli, le classi che strabordano e i corsi di laurea inutili naturalmente non c’entrano niente.

Terzo luogo comune: non tollereremo i disordini. Giusto: ordine, prima di tutto. Badate, non legalità: ordine. I magistrati non sanno il loro mestiere, la legge deve proteggere le prime cariche dello stato facendo qualche solida eccezione, la legalità può cambiare a seconda della convenienza, ma ci deve essere ordine. Dunque reprimiamo questi studenti che protestano. E se protestano anche i professori, si vede che avevano fatto il 68 (vedi il primo punto)

Quarto: gli studenti e i professori che protestano sono una minoranza: attenti alle logiche dei media e ai loro falsi critici: I primi trasformano i contestatori in una folla di fanatici. I falsi critici dicono: ma va, sono solo quattro gatti, gli altri sono allineati e coperti. E allora? Chi dice la verità? E se i contestatori sono pochi, di che cosa abbiamo paura? E se sono tanti, davvero vogliamo pensare che hanno tutti torto loro che ci vivono all’università, e invece hanno ragione quattro riformatori che si sono ben guardati dal consultare qualcuno?

Coraggio: andiamo avanti. E magari mettiamoci i contestatori che dicono sempre le frasi fatte quando sono intervistati e così via. Ma per favore, basta con i luoghi comuni. Piuttosto, per chi volesse informarsi, ecco il testo della legge: 08133l.htm

Buon vento


Responses

  1. Caro professore,

    Sembra di vivere in una soap Opera tanto la realtà viene così semplificata, generalizzata, stereotipata dalla narrazione politico/televisiva.

    La complessità del reale sparisce, i legami tra fattori diversi e concomitanti annegano nella “causa unica”. Il problema per i nostri narratori è sempre e “solo X”, dove X sta per un qualsiasi concetto esprimibile in 30 secondi (perché sono questi i tempi del dibattito in tv), riciclato da tempi andati (almeno così tutti lo capiscono) e che sia esprimibile con una immagine (perché di immagini ci nutriamo,ormai).

    Abbiamo i buoni e i cattivi, i fannulloni e i crumiri, gli statali e i privati, e – in questo continuo ruminare concetti già digeriti – non mi stupirei se tra la Gelmini e gli studenti spuntasse il grande J.R., il petroliere texano. ☺

    Nemmeno la “narrazione della piazza” si salva. Nella sua necessità di gestire una massa eterogenea di persone, con vissuti differenti e con limitate possibilità di comunicazione che non sia il massificante comizio o il frammentatissimo e inconcludente vis-a-vis… dicevo, per tutto questo anche la narrazione della piazza torna a copioni già visti, slogan sessantottini, modalità di espressione inadeguate e che troppo spesso non lasciano traccia (che ne è rimasto del fighissimo movimento per la pace, dei girotondi, del beppegrillismo e di altre mille movimenti nati dal basso?).

    Secondo me è un problema sistemico, di forma e non di sostanza. Perché anche questo suo post – di persona competente e con grandissima capacità di mettere in relazione fattori diversi e fare collegamenti (e da qui nasce il suo tocco artistico di fare lezione) – diventerebbe luogo comune se riassunto nei 30 secondi dell’intervento tv o nelle retoriche da palco.

    Adesso, se in quello che ho scritto c’è un briciolo di verità (e in tal caso non sarebbe totalmente frutto del mio bias mcluhaniano… e che ce posso fa’, ognuno ha i suoi difetti!😉,…

    Dicevo, se qui c’è vero, è necessario un nuovo spazio di riflessione (rifless-azione!) che soddisfi due esigenze:
    • Da una parte c’è un grande bisogno di riscoprire la complessità, di abitare nuove metafore, di recuperare quello sguardo critico e sistemico che permetta di capire a fondo la realtà.
    • Dall’altra, la capacità di sperimentare nuove aggregazioni di persone – non roba morta come i partiti – che producano soluzioni “politiche” riverberandoli nella realtà fisica

    Mi verrebbe da dire che non è un caso che se ne parli su un blog, che questa arena non può che essere la RETE, l’intelligenza connettiva di DeKerchove (è un grande, ce l’ho su face book!!!) o collettiva alla Levy.

    Ma, mi viene un dubbio: non sarò anche io incappato nel tranello della “causa unica”?

    In fondo – come dicono gli inglesi – quando hai un martello in mano tutto il mondo sembra un chiodo

  2. quante cose, quante osservazioni che danno il senso del bisogno che c’è di riflettere, ma anche di agire…
    Mettiamola così: c’è qualcosa che può far crollare il castello dei luoghi comuni? c’è un bagno di realtà che può far lettera morta degli stereotipi e del senso di impotenza? di solito sono le guerre, le rivoluzioni, la catastrofi. Magari potremmo sperare che basti una dura crisi economia, perché omai è qui, e non ci viene il dubbio di portare jella…
    sul blog e la rete… sono così diversi? mai pescato dalla barca? mai visto una rete senza nodi, grandi e piccoli?


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