Pubblicato da: faustocolombo | 20, ottobre, 2008

Quello che ci insegna il futuro

Giovedì scorso ho avuto l’onore di fare da discussant a Barbara Adam, professore alla Cardiff University (http://www.cardiff.ac.uk/socsi/contactsandpeople/academicstaff/A-B/professor-barbara-adam-overview.html), invitata a Milano dalla sezione Processi e Istituzioni Culturali (pic, come il celebre ago indolore) dell’associazione dei sociologi italiani. E’ stata un’esperienza interessante. Barbara Adam si occupa di questioni legate al tempo sociale, che secondo me sono fra le più importanti della sociologia contemporanea. La sua interessantissima tesi è che nella nostra società i legami delle persone fra loro, degli esseri umani con la natura, e in generale delle nostre scelte con le conseguenze di tipo planetario sono cresciuti a dismisura. Abitualmente diciamo che siamo figli del nostro passato. Adam dice che siamo figli anche del nostro futuro, perché ne portiamo la responsabilità. Inoltre, siccome il futuro è molto più incerto del presente (per non parlare del passato), le nostre responsabilità sono più complesse, e gli effetti delle nostre azioni meno sicuri. Benigni ricorda sempre che non abbiamo ricevuto il mondo in eredità dai nostri genitori, ma in prestito per i nostri figli, e questo è più o meno il senso di ciò che dice Adam. Catastrofi finanziarie, rischio nucleare, questione ambientale eccetera ci chiamano a fare scelte che superano la nostra speranza di vita, e chiamano in causa le prossime generazioni.

La tesi è bella e importante, anche se andrebbe integrata con un’osservazione: questa responsabilità è in qualche modo oggettiva, ma non è detto che sia anche soggettiva. Ossia: davanti allo stress di scelte troppo complicate, può darsi che i cittadini del mondo si chiudano in se stessi, e guardino il (o al) passato. Stiamo diventando globali? E allora rivendichiamo delle incerte identità locali se non addirittura etniche. L’equilibrio ecologico è a rischio e ci chiede di ridurre i consumi? E allora contestiamo che sia una priorità, oppure (come sta succedendo in Italia in questo momento) rispolveriamo alcune vecchie resistenze antieuropee per dire che prima vengono i nostri interessi economici dell’oggi e poi l’equilibrio planetario del futuro (che è appunto l’atteggiamento contrario a quello invocato dalla Adam) e se qualcuno dice di non essere d’accordo lo si accusa di essere contrario agli interessi nazionali. Insomma, possiamo essere più interconnessi, ma non è detto che siamo più responsabili.

Andrebbe fatta ascoltare più spesso la canzone del Maggio, nella versione di Fabrizio De André: anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti. Come si dice: ad libitum…

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Responses

  1. Grazie Fausto, bella riflessione. E pensare che poi la tesi di Barbara Adam (molto presente nella sociologia britannica) trova una serie di “referenti” importanti: da Sant’Agostino a Gregory Bateson, da alcune teorie sistemiche (penso alla scuola francese) fino al nostro Ardigò. Le tesi della Adam (che tu hai “discussed” benissimo: a proposito, congratulazioni!) apre anche uno sguardo su quell’area che chiamiamo sociologia relazionale. Il fatto è che non solo la sociologia italiana ma la nostra intera società preferisce dimenticare le interconnessioni e le relazioni, vivendo la fantasmagoria un po’ meccanica di un presente senza passato e senza futuro. Quel presente – lo diceva Qfwfq, il personaggio delle Cosmicomiche di Calvino – che rischia di essere nulla, anzi “il Nulla” radicale. Ma Qfwfq sapeva che nella metafora delle tagliatelle (le Cosmicomiche lo conoscono tutti) si nascondeva la logica della relazione, l’unica che espelle il nulla e ci fa diventare pezzi di infinito. Grazie del post. A proposito: ma potevo scrivere qui? O sono troppo vecchio per farlo?

  2. Homo faber ipsius fortunae.

    Detto questo detto tutto.

    Le nostre scelte, prese in virtù di ciò che è stato (la nostra esperienza e, più in generale, l’esperienza di coloro i quali ci hanno preceduto), determinano quello che è e quello che sarà.

    Viene spontaneo allora pensare al presente-futuro, non come un qualcosa di dato, ma come un derivato delle nostre scelte quotidiane.

    Ognuno di noi infatti agisce in vista di un fine ben preciso: soddisfare i propri i bisogni.

    Se i bisogni del singolo corrispondono con quelli della collettività (e non mi riferisco ai fini comuni propri di ogni cultura condivisi dagli appartenenti della stessa) non ci sono problemi.

    Non sempre però i fini del singolo corrispondono a quelli degli altri: si pone allora il problema di risolvere il conflitto tra gli interessi individuali e quelli collettivi.

    La soluzione adottata dai più? Non una mediazione ma l’abolizione di una delle due tipologie di fini. Il risultato? Ognuno fa solo ed esclusivamente i propri interessi!

    È allora che il legame sociale si indebolisce e l’individuo si isola.

    Considerando che l’interesse collettivo è la somma degli interessi individuali allora potremmo anche dire che l’interesse collettivo altro non è k la somma dei non interessi per gli altri di ciascuno di noi.

    In questa concezione egoistica del futuro collettivo nella quale si privilegia il me rispetto all’altro da me, ognuno di noi gioca un ruolo molto importante: assumersi la responsabilità delle proprie scelte egoistiche affinché il mondo diventi migliore.

    È vero: è strano parlare di scelte egoistiche e poi fare riferimento al bene della collettività però conciliare le proprie scelte con quelle degli altri è l’unico modo che abbiamo per migliorare le cose.

    Ed è proprio guardare al passato proiettati verso il futuro che ci consente tale conciliazione.

  3. Il bene comune è sicuramente la cosa più importante, ma l’ uomo diviene cieco quando si tratta di limitare la propria sfera personale. L’ uomo, chi più chi meno, è egoista di natura, questo è un dato di fatto ineliminabile, è nella sua natura pensare prima a se stesso e poi agli altri; è inevitabile lo scontro tra bene pubblico e individuale, che pur sforzandosi non andranno mai a coincidere, ci saranno sempre discrepanze. Penso che come in ogni situazione dove ci sia conflitto sia indispensabile trovare una via di mezzo o comunque un compromesso; attingendo dal passato per non ripetere errori già commessi, agire sul presente con sguardo positivo verso il futuro e non pensare che il nostro contributo sia insignificante perchè questa sarebbe solo una giustificazione vigliacca per mascherare il nostro menefreghismo e il pressapochismo che pervade la nostra società. Le parole citate sopra di De Andrè mi sembrano più che mai appropriate, non solo sono coinvolti coloro che agiscono contro il bene comune, ma anche coloro che non agiscono….L’ indifferenza è un lusso che non possiamo permetterci…

  4. Cito una tua frase mattia: “L’ indifferenza è un lusso che non possiamo permetterci…”

    Oggi più che mai siamo nell’era del consumismo.
    Anzi siamo in quello che io definirei un post-consumismo: un consumismo portato all’eccesso che ci spinge a ricercare/volere non più il semplice utile (ciò di cui abbiamo bisogno) ma l’esasperazione del superfluo che coincide con la pretesa di appagare ogni nostro desiderio.

    L’accumulo di tutto ciò che è superfluo porta a quello che comunemente definiamo lusso a tal punto che, tenendo in considerazione il fatto di avere e volere molto più di ciò di cui abbiamo bisogno, potremmo dire di “vivere nel lusso”.

    Come è possibile allora non essere indifferenti??

    Siamo ormai in una situazione di narcisismo: in questo torpore solo a pochi interessa il futuro della collettività e più in generale della collettività nella natura.

    Si rende dunque necessario uno sforzo collettivo che veda gli uomini, coscienti di determinare le sorti della società, sfruttare i mezzi a loro disposizione per far si che il futuro del mondo e dell’uomo nel mondo sia la somma degli interessi individuali.

    Perché allora per fare ciò non utilizziamo i media che oggi più che mai anziché annullare sembrano fortificare i legami sociali?

  5. Dibattito interessante, che riesco a leggere solo a tarda ora (al primo post mi toccherà spiegare xché, visto che c’entra con un’area di questo blog). Qualche considerazione a margine.
    a) La tesi dell’uomo naturalmente egoista somiglia alla vecchia idea di Hobbes. So che ci sono prove al riguardo, ma mi sembra che ci lasci poco margine, se non quello del paradosso (lampa lo dice bene: dall’egosimo pretendere di passare al bene comune).
    b) Il narcisismo e il consumismo: mi chiedo spesso se di tanto in tanto qualcosa nella storia non ci riporti a più miti consigli: la crisi economica, per esempio: che ne è del consumismo quando non può più mantenere le sue promesse? Come ci sentiamo, dopo che ci hanno convinti di poter vivere nel lusso, quando non possiamo più permettercelo?

    p.s. Per Michele: non sono gli anni, sono i chilometri, dice Indiana Jones…

  6. x lampa: sicuramente i media potrebbero essere un mezzo efficace per fortificare i legami sociali, ma sono armi a doppio taglio, non dimentichiamo che sono essi stessi portatori e divulgatori del consumismo e della standardizzazione che attanaglia la nostra società.
    Per cambiare qualcosa attraverso i media bisognerebbe riuscire a fare breccia nel mainstream che essi trasmettono ponendo cosi l’ attenzione su questi problemi, ma purtroppo al giorno d’ oggi le persone di problemi non ne vogliono sentir parlare, piuttosto vogliono soluzioni belle che confezionate…soluzioni usa e getta, che stentano a risolvere i dilemmi del presente, figuriamoci del futuro.

  7. x mattia: in passato la fiducia nei media era cieca, ora a prevalere sembra la convinzione che anzichè aiutarci nella vita quotidiana ci stiano risucchiando in un vortice di significati negativi.

    è giusto tutto questo? è giusto rinnegare ciò che ci ha consentito di essere quello che siamo? non credo. anzi. sono convinto di no.

    il fatto che i media sembrano peggiorare le cose deriva dal fatto che non li stiamo usando nel modo giusto.

    dobbiamo infatti pensare che i media sono nostre creazioni e come tali ci appartengono: non siamo noi ad appartenere a loro!

    è qui che entra il gioco la storia intesa come conoscenza del passato: una storia dell’uomo come storia dei media dell’uomo.

    è solo riscoprendo il dove, il come, il quando dei media che potremo iniziare nuovamente ad utilizzarli nel modo corretto!

    ci troviamo dunque di fronte ad un bivio: accettare passivamente il futuro che stiamo via via determinando o cercare di cambiare le cose.

    nella speranza che ognuno di noi scelga di ammettere le proprie responsabilità per determinare un futuro migliore di quello che sembra attenderci, colgo l’occasione per augurare la buona notte a tutti.


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