Pubblicato da: faustocolombo | 11, ottobre, 2008

La società dello spettacolo e la lingua del potere

Un bell’articolo di Giuseppe D’Avanzo (http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/politica/politica-format/neolingua-al-potere/neolingua-al-potere.html), inserendosi in un dibattito su Repubblica che raccomando a tutti, dedicato alla cosiddetta politica-format, mi spinge a riprendere alcuni temi, così vicini al mio corso di media e politica.

In sintesi, Il dibattito in questione (con la partecipazione di Edmondo Berselli, Michele Serra, Marino Niola), cerca di individuare che cosa ci sia nel linguaggio pubblico attuale che spiega la stessa politica nella sua mutazione genetica. E dunque, si tratta di un dibattito attorno a una ipotesi a due stadi: primo, la politica è cambiata. Secondo, per comprenderne la trasformazione bisogna interrogarsi sul linguaggio che essa usa, soprattutto nella sua faccia nuova, che è quella della destra al potere in Italia oggi (con i suoi riscontri sparsi nel mondo).

La chiave dell’intervento di D’Avanzo, che ha il merito di non temere il tono apocalittico, ma anzi di utilizzarlo sapientemente mescolato a toni sommessi e ad argomenti piani, sta nell’idea che la semplificazione del linguaggio in corso – per cui lo slogan sostituisce l’argomentazione, l’immagine la frase, la battuta poi magari smentita la credibilità della coerenza e così via – non sia un semplice strumento per arrivare al potere, ma piuttosto l’espressione più forte, perché messa in scena da chi riveste ruoli istituzionali, che la nostra società oggi è tessuta di un pensiero quasi primitivo. Questo pensiero, di fronte alla complessità dei problemi e alla difficoltà delle soluzioni, ricorre a saperi antichi e rassicuranti, in cui rispuntano il legame con il territorio, con la razza e la nazione, l’affidamento al carisma di un leader, il radicamento nei valori familiari più tradizionali. La cosa stupefacente è che nessuno d questi valori ha più un ubi consistat: il territorio è attraversato da cambiamenti che l’hanno snaturato, e comunque non è al riparo dal degrado globale dell’ambiente; la razza si è ormai fusa nelle metamorfosi delle migrazioni di ogni tipo; la nazione si supera necessariamente in metanazioni e metaorganismi. La famiglia è cambiata, i leader di oggi non sono indenni da difetti privati e pubblici, e comunque si situano su un piano più simile a quello di totalitarismi d’altri tempi (stile: non disturbate il manovratore). Insomma, la tradizione cui si vuole tornare non esiste più. E’ semplicemente inventata o meglio citata per sentito dire.

Dunque D’Avanzo ha ragione. Per aggiungere qualche classico al suo pensiero aggiungo un passaggio che vado tratteggiamdo nei miei corsi dalla sfera pubblica habermasiana, origine e baluardo delle democrazie, alla società dello spettacolo di Debord. Ma su questo passaggio, lo so, dovrò tornare. Navigazione lunga e pericolosa. Buon vento a tutti.

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Responses

  1. Nella lezione di martedì, siamo giunti ad una conclusione (per quanto possa essere parziale e per quanto “conclusioni” possano effettivamente essere possibili!!!) che la democrazia vive di paradossi, i quali portano a tollerare, all’interno del circolo infinito della tutela delle libertà d’opinione e di espressione, l’esplicitazione di ideologie anti-democratiche e di linguaggi che risultano essere tali… (citando D’Avanzo: “Chiunque di noi può combinare un catalogo dei ‘moduli’ della neolingua del Berlusconi politico: Successo, Comunisti, Produttività….”?! Non è forse un linguaggio totalitario, che non contempla accezioni e sfumature differenti?!?!?!).

    Abbiamo anche detto che i paradossi della democrazia sembrano essere molto numerosi e che, nel momento in cui tendono ad essere infiniti, la democrazia rischia di implodere, distruggendosi. Ora: D’Avanzo nella parte finale del suo articolo, scrive che “Non solo allora il totalitarismo è un’esperienza moderna, ma è un possibile sbocco della democrazia. Una forma di società che reagisce alla debolezza costitutiva dell’invenzione democratica, alla sua indeterminatezza, alla sua apertura verso il vuoto, in una parola alla libertà” e conclude che i processi totalitari moderni hanno natura endogena e non più esogena.

    Allora, prof., io mi chiedo: dobbiamo veramente preoccuparci, dobbiamo “drizzare le antenne” sostituendoci agli organi istituzionali (e talvolta anche a qualche media) che dovrebbero fare da garanti della democrazia? Dobbiamo essere noi cittadini in primis a far sentire la nostra presenza di “WATCHDOG” nel momento in cui non possiamo più esprimere nel comportamento elettorale la nostra preferenza per chi vogliamo si faccia portatore dei nostri interessi, brevemente della nostra “voglia di democrazia”?

  2. Il tema posto da Lara (se non rischiassi di sembrare troppo citazionista direi: “il tema di Lara”) è IL tema cruciale dell’attuale assetto della democrazia. Fino a poco tempo fa si è espressa la speranza che la mobilitazione (dei blog, delle piazze, della coscienza) fosse l’unico possibile antidoto alla deriva autoritaria. Oggi è subentrata una certa stanchezza per quelli che sono considerati facili utopismi. Forse è vero che non vi è rapporto diretto fra la mobilitazione della società civile e i risultati di trasformazione dello spirito democratico, ma io continuo a pensare che i cittadini abbiano un margine di azione, e che le conseguenze delle nostre azioni politiche e culturali si riverberino nel sociale. Dunque si, possiamo essere watchdogs, ma anche di più: possiamo tornare a essere animali politici. Possiamo scoprire che non abbiamo mai smesso di esserlo.

  3. Mi permetto esprimere anche io qualche riflessione, sperando possano essere utili allo sviluppo del dibattito. Senza sminuire la portata delle questioni riportate negli interventi che mi hanno preceduto, ma anzi tenendole come cardine di riferimento delle mie argomentazioni, vorrei provare a spostare l’attenzione su un altro tema forse più complesso ma altrettanto fondamentale.
    In primo luogo, a conferma di quanto riportato sia nell’articolo di D’Avanzo sia da Lara, si da quanto detto in aula, mi sembra giusto ricordare che, nazismo e fascismo, hanno potuto generarsi proprio grazie all’interno di un’impalcatura statuale democratica. Sia Hitler che Mussolini infatti hanno iniziato il loro percorso politico, grazie agli strumenti democratici elettivi, ma hanno poi forzato gli stessi strumenti, (lo Statuto Albertino e la Costituzione di Weimar) a loro favore usandoli per instaurare un potere totalitario. Ovviamente la complessità della storia andrebbe analizzata in modo più approfondito e critico, e in questo dibattito non è il caso, questo però, per dire che la presenza di istituzioni democratiche non hanno impedito la genesi di uno dei totalitarismi più aberranti del ‘900. Come sostiene appunto Habermas.
    Senza dimenticare il fondamentale ruolo della crisi economica che attraversava l’intera Europa dopo il primo conflitto mondiale, e che ha contribuito a catalizzare l’attenzione della società verso chi si proponeva come “uomo forte” necessario per uscire da quella situazione.
    Ora, qui entra in gioco la questione.
    La capacità di manipolare il linguaggio, gli strumenti di comunicazione, la capacità dei toccare le corde giuste del popolo hanno di fatto permesso tutto quanto è avvenuto in seguito. La capacità di costruire, attraverso una raffinata manipolazione comunicativa, una realtà sociale complice del loro ignobile progetto è il fulcro attorno al quale bisogna riflettere per evitare che la storia, non dico che si ripeta, ma che nemmeno si assomigli.
    Il problema quindi non è se la “società civile” (termine secondo me inflazionato e vuoto di contenuti) sia o non sia in grado di porsi come “Watchdog” verso il potere istituito, il PROBLEMA è capire quando il “potere” cerca di costituire un “pensiero unico”, quando cerca di annullare la coscienza critica dell’opinione pubblica, quando cerca di strutturare un consenso fittizio simulacro di un’approvazione vasta e forte.
    Quindi è vero che non potendo esprimere una preferenza su una scheda di fatto scontiamo un deficit democratico, ma è altrettanto vero, e forse anche più pericoloso in quanto più sottile e difficile da percepire, che non servirebbe a nulla la scelta di una preferenza se il popolo, i cittadini, gli elettori (la società civile?) è cognitivamente assuefatta tanto da tramutarsi in strumento operativo, e non di controllo, dello stesso potere.
    Sono un po’ scettico sulla possibilità di essere watchdog, come la saggezza popolare insegna è difficile “mordere la mano di chi ti dà da mangiare”, forse questo accadrebbe se la catena diventasse troppo corta e il collare iniziasse troppo a stringere, ma finché si percepisce una falsa libertà malgrado si sia confinati nell’angusto spazio di una “gabbia invisibile” fatta di parole forse questo diventa difficile.

  4. Mi sembra che il contributo di Massimo sposti utilmente la questione mettendo a nudo il suo nocciolo duro: la distribuzione (o la concerntrazione) del potere. Vedo emergere dalle sue parole l’ipotesi che esista una sorta di struttura occulta del potere. Una struttura profonda, articolata, capace di forza e seduzione: ci dà da mangiare, in modo che non mordiamo la sua mano… Non c’è dubbio che di tanto in tanto questa idea quasi metafisica del potere ci prenda. Per quanto mi riguarda penso che molto più banalmente il potere si negozia fra i soggetti sociali, e semmai la sua forma, di volta in volta, come scrive Foucault, muta: riguarda i corpi, le anime, la sessualità o le passioni. Ma ci dovremo tornare, credo.

  5. Bel tema anche quello posto in discussione da Massimo. Mi sento però di fare una precisazione.

    Sono cosciente del fatto che, in qualche modo, dipendiamo “strutturalmente” dal potere esercitato da coloro che sono stati eletti (e qua ritornerebbe valida la questione circa le modalità e i sistemi elettorali – questione a mio avviso fondamentale), ma sono altrettanto convinta che la soluzione a quello che Massimo indica come il problema di “capire quando il potere cerca di costruire un pensiero unico, quando cerca di annullare la coscienza critica dell’opinione pubblica, quando cerca di costruire un consenso fittizio” stia proprio nella nostra volontà, in qualità di cittadini, di esserci, di FARCI partecipi. Non a caso i sistemi dittatoriali trovano ampio spazio nel momento in cui appaiono nella sfera pubblico/politica delle problematiche che sembrano trascenderci, che sfuggono alla nostra capacità di controllo “privatistica”. Ecco allora che chi è nelle condizioni di esercitare un potere lo traforma in coercitivo, grazie allo stato di vulnerabilità, di insicurezza, di “liquidità” (à la Bauman), che ci induce a ricercare e a pretendere risposte autoritarie, decise, ma non autorevoli e ragionate per il bene pubblico.

    Ed è a questo punto che si inserisce il nostro ruolo di watchdogs: dobbiamo farci carico della responsabilità di non soccombere, di essere vigili, attenti e partecipativi… CRITICI; per non lasciare margini a fenomeni ben poco auspicabili. E dobbiamo comunicare questo nostro atteggiamento, perchè anche gli indecisi, gli scettici, i “pigri” comincino anche solo a farsi qualche domanda in più.

    Potrò sembrare un pò utopistica, forse illusa, ma IO CI CREDO… E voi?

  6. Aggiornamento al mio ultimo commento.

    Questo pomeriggio – nel corso di uno dei miei quotidiani viaggi Bg-Mi/Mi-Bg sui convogli Trenitalia :-(( – mi sono imbattuta nella lettura del contributo di Curzio Maltese nel dibattito de “La Repubblica” sull’argomento “Politica format” (che segue quello di D’Avanzo). Direi che Maltese ha spiegato molto meglio il pensiero che avrei voluto comunicare nel mio commento…

    Eccovi il link:

    http://www.partitodemocratico.it/allegatidef/maltese-rep62045.pdf


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