Inserito da: faustocolombo | 10, Novembre, 2009

La lezione di James Katz

James Katz (chi non lo conoscesse può leggere qui) ha tenuto una lectio magistralis per la mia Facoltà, dedicata all’uso innovativo della rete durante la sua campagna vincente per la presidenza degli USA da parte di Barack Obama.

La lezione è stata molto interessante, perché ha messo in luce la natura un po’ stereotipata di certe affermazioni sul nuovo ruolo democratico della rete. In particolare, Katz (che francamente non mi è sembrato di simpatie obamiane), ha fatto osservare in modo convincente che il marteting efficace condotto per mobilitare l’elettorato non ha poi prodotto significative aperture al “popolo” di Obama nei processi di decision making. Come a dire che internet, social networks, mailing lists e così via sono stati utilissimi canali di promozione, più che di consultazione della base.

Il problema è il solito: cosa è la partecipazione politica? Quella che ci conduce a votare, o anche quella che ci porta a collaborare alle scelte? Apparentemente la seconda è quella forte, e la prima è quella debole. E altrettanto apparentemente, la prima prevale sulla seconda. Ma bisogna forse riflettere sul fatto che la discussione delle idee collabora a suo modo alla messa a punto dello sviluppo di una società, e che promuovere quella significa comunque attivare la cittadinanza in una forma che la rende a suo modo protagonista, e soprattutto mette a punto una delega per così dire migliore, più motivata e consapevole. 

Quindi, se devo dire la mia, magari la campagna di Obama sarà stata la perfezione del marketing, più che della partecipazione. Ma essa ha provocato una scossa partecipativa che – anche se non viene utilizzata nel decision making – lascia una traccia nella società. Staremo a vedere.

Buon vento, intanto (and thank you James, for coming…).

Inserito da: faustocolombo | 6, Novembre, 2009

Sayonara…

Sembra il titolo di un film americano anni Cinquanta, vero? Oppure che voglia far vedere di aver imparato il giapponese. Invece niente, è solo il mio ultimo post da Tokyo.

Per la verità, non solo non ho imparato il giapponese, ma ho collezionato una serie di gaffe da Totò e Peppino: dimenticati biglietti da visita a casa (e il biglietto da visita è molto importante qui, fra le formalità). Pestata craniata assurda perché non abbastanza abbassato nell’entrare nel separé di un ristorante. Entrato con scarpe in camera valicando la linea di confine senza moquette entro la quale vanno tolte, provocando l’urlo preoccupato della signora che mi accompagnava a vedere il mio appartamentino qui alla foresteria; tentato di aprire la portiera del taxi con altro urlo dell’autista e dei miei ospiti perché le porte si aprono e si chiudono automaticamente. Insomma, diciamolo: sono un uomo ridicolo…

Per il resto, sono stato benissimo qui. Ho avuto ospiti di eccezione. Non faccio troppi nomi, ma soprattutto il mio collega e amico Junji Tsuchiya mi è stato vicino in modo squisito, e di questo lo ringrazio. Ho avuto l’onore di conoscere tante persone importanti, come il Prof. Silvio Vita, che qui dirige un prezioso istituto di studi asiatici (qui in Giappone, ma a Kyoto), e persino l’Ambasciatore italiano, che ha ascoltato con interesse la mia relazione.

A proposito: la relazione è qui. E le immagini che ho mostrato sono queste.

Tokyo è una città straniante e bellissima, con un fascino molto, ma molto particolare. Non provo a raccontarla ora, ma ho fatto circa un milione di foto e ve ne posterò qualcuna, alla prima occasione, con qualche considerazione.

Invece vorrei dirvi del convegno di ieri, che è stato davvero molto interessante. Abbiamo lavorato sugli stereotipi dell’Italia in Giappone, ed è stato come guardarsi in un specchio tenuto da un altro, che ogni tanto si piega, e tu ti vedi in un modo un po’ curioso. Oppure è come quando scopri che qualcuno s è fatto un’idea di te che non corrisponde alla realtà così come tu te la sei costruita (Barthes lo racconta ne La camera chiara, a proposito della posa, questo tentativo di mostrarsi come si vuole apparire). E anche su questo prometto che tornerò, con calma. Intanto posso dire di aver conosciuto studiosi davvero eccellenti, molti dei quali giovani italiani che parlano benissimo il giapponese, o giovani giapponesi che parlano benissimo l’italiano. E tutti con una gran voglia di capire. Davvero un bel clima. Torno a casa rinvigorito.

Adesso, però, devo fare la valigia, per tornare. Buon vento, naviganti.

Inserito da: faustocolombo | 4, Novembre, 2009

Con questa faccia un po’ così…

Cari naviganti, mentre scrivo state cominciando la giornata. Qui a Tokyo sono le quattro del pomeriggio, e mi dedico a scrivere un primo post davvero made in Japan, visto che ho smaltito un po’ dei miei impegni.

In particolare, ho consegnato il paper che devo leggere venerdì prossimo per la traduzione simultanea, e ho quasi ultimato la raccolta delle immagini da proiettare. Il paper finisce con una citazione di Paolo Conte, da Genova per noi. I versi sono questi: Con quella faccia un po’ cosi’/quell’espressione un po’ cosi’/che abbiamo noi prima di andare a Genova/che ben sicuri mai non siamo/che quel posto dove andiamo/non c’inghiotte e non torniamo piu’. Sostituite Genova con Tokyo, ed ecco spiegato come mi sentivo prima di arrivare e anche appena arrivato. Adesso va meglio, grazie a Junji che mi ha scorrazzato e fatto conoscere questa grande metropoli davvero post-moderna, almeno un poco, e ha condiviso con me quella familiarità che ogni tanto si crea fra colleghi che hanno le stesse curiosità, hanno letto gli stessi libri, si fanno le stesse domande. Così, sono un po’ meno lost in translation, e un po’ più integrato. Stasera provo ad andare a cena con alcuni esponenti della Camera di Commercio prendendo la metro da solo, e se non mi perdo, credo che la mia autostima ne avrà giovamento (se mi perdo, chiamate Chi l’ha visto?).

Adesso dovrei dire qualcosa di quello che ho visto, ma non me la sento tanto, perché le cose si affastellano ancora un po’ nella mia memoria a breve: sottoculture e cosplay, negozi per teen agers, templi buddisti, grandi grattacieli e quartieri ipermoderni, centri commerciali, ristoranti. Meno spaesato, certo, ma ancora confuso, come si vede. Almeno una cosa mi provoca, per ora, Tokyo: la sensazione di aver rinunciato a formulare giudizi immediati, istintivi. Una curiosità crescente, che sale dentro per comprendere la diversità. La tua diversità e i tuoi legami. Certo, vedi una ragazza vestita da personaggio dei Manga e dici: beh, la conosco; conosco il fenomeno, conosco (poco, ma un po’) i manga; ho letto i libri di Pellitteri. Insomma, cose che so già, no? Ecco, arrivi qui e capisci che non sai niente. Che l’esperienza diretta ti accende nuove domande (sarà l’istinto del sociologo, del viaggiatore, del vecchio professore che sto diventando?).

Ecco, mi chiedo: ma hai ancora voglia di fare domande, di provare a capire? E mi rispondo, con le mie stanchezze e le mie fatiche che sì, ho ancora voglia di capire, e forse l’avrò fino alla fine. Viaggio viaggio, in fondo, e come da letteratura cerco solo di rispondere alla domanda più semplice, che riguarda me, il fondo del mio cuore. Quello che condivido con gli altri uomini e donne del mondo, e che mi fa essere per sempre uno di loro. Anche se tutte le volte, in questi percorsi fuori e dentro noi stessi, noi tutti “ben sicuri mai non siamo/che quel posto dove andiamo/non c’inghiotte e non torniamo piu’”.

Buon vento gente. Qui sulla baia si fa sentire poco oggi. Ma il mare è là. E il mare, come noi sappiamo bene, è casa.

Inserito da: faustocolombo | 2, Novembre, 2009

Da Tokyo

Arrivo all’aeroporto di Narita bello stracotto di stanchezza e jet lag. Maledico l’idea di esserci venuto per una conferenza importante, che non sono ancora riuscito a finire di preparare. Mi viene a prendere una stagista della Camera di Commercio, Silvia Gini, che mi scorrazza per treni e metro fino alla foresteria dell’universita di Waseda, dove sono ospite.

La sera il mio amico e collega Junji Tsuchiya, con la sua squisita gentilezza, mi verrà a prendere e mi farà passare una deliziosa serata in un fantastico ristorante. Ma io nella mia stanzetta non lo so. Litigo con le prese e i trasformatori giapponesi. Collego il computer e leggo che è morta Alda Merini.

Mi dico che ci sono giorni migliori, tutto sommato. Quando se ne va un poeta o una poetessa c’è poco da stare allegri, il mondo è più povero. Di lei ricordo un volumetto del Pulcino Elefante, minuscolo. Pochi versi indimenticabili.

La faccio parlare ancora una volta, con parole che potrebbe aver rivolto a qualcuna delle mie studentesse, o indifferentemente a qualcuno dei miei studenti, perché l’amore della poesia non ha sesso. E’ solo mistero e verità:

Bella ridente e giovane
con il tuo ventre scoperto,
e una medaglia d’oro
sull’ombelico,
mi dici che fai l’amore ogni giorno
e sei felice e io penso che il tuo ventre
è vergine mentre il mio
è un groviglio di vipere
che voi chiamate poesia
ed è soltanto tutto l’amore
che non ho avuto
vedendoti io ho maledetto 
la sorte di essere un poeta.

Ciao Alda. Mi sarebbe piaciuto incontrarti. Ma che dico? Quante volte ti ho incontrato, in fondo. Buon vento.

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