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	<title>La cultura sottile</title>
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	<description>Nessun potere, un po' di sapere, e quanto più sapore possibile (R. Barthes)</description>
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		<title>La cultura sottile</title>
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		<title>Sulla violenza, la rete e il potere</title>
		<link>http://laculturasottile.wordpress.com/2009/12/15/sulla-violenza-la-rete-e-il-potere/</link>
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		<pubDate>Tue, 15 Dec 2009 09:38:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>faustocolombo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[media e politica]]></category>

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		<description><![CDATA[Continuiamo a seguire questa terribile vicenda. Dal nostro punto di vista, che è quello di chi si occupa di media.
Prima di tutto, come era ampiamente prevedibile, si è scatenato un dibattito sulla repressione dei siti violenti (ho già scritto un post su questo argomento, a mio parere ridicolo: i siti violenti sono quelli con un [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=laculturasottile.wordpress.com&blog=4949731&post=1106&subd=laculturasottile&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Continuiamo a seguire questa terribile vicenda. Dal nostro punto di vista, che è quello di chi si occupa di media.</p>
<p>Prima di tutto, come era ampiamente prevedibile, si è scatenato un dibattito sulla repressione dei siti violenti (ho già scritto un post su questo argomento, a mio parere ridicolo: i siti violenti sono quelli con un titolo ritenuto violento, ma che a volte è solo paradossale, mentre magari ci sono articoli di giornali molto più violenti e istigatori, ma a quelli nessuno fa caso, soprattutto fra i terzisti). Del tema si occupano per esempio Stella sul Corriere (<a href="http://www.corriere.it/editoriali/09_dicembre_15/il-lato-oscuro-della-rete-editoriale-gian-antonio-stella_36daddde-e940-11de-ad79-00144f02aabc.shtml">qui</a>), o, con ben altra conoscenza dei meccanismi del web, Anna Masera su La Stampa (<a href="http://www.lastampa.it/_web/CMSTP/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=2&amp;ID_articolo=951&amp;ID_sezione=3&amp;sezione=">qui</a>). Farò qualche breve considerazione: non risulta che l&#8217;aggressore Tartaglia frequentasse social networks&#8230; Inoltre &#8211; se si tratta come pare di un caso di disturbo mentale &#8211; sarà ben difficile reprimere questo tipo di rischio attraverso un attacco generalizzato. E dove mai si dovrebbe indirizzare questo attacco generalizzato? Perché non vi è ancora traccia di chi abbia trasformato slogan anche duri, anche di pessimo gusto, in azioni. </p>
<p>Poi: quanto di quello che è avvenuto riguarda la politica politica, e non piuttosto la dimensione divistica della politica? Un servizio di un TG nazionale ieri riportava altri casi di personaggi politici vittime di attentati individuali: Togliatti, i Kennedy, Reagan&#8230; mancava per la verità il mite Olof Palme, o mancava Gandhi, sempre che lo si voglia trattare da politico. Ma i paragoni non si possono fare anche con John Lennon, Versace, e altri ancora? Non c&#8217;è in fondo al divismo e alla idolatria qualcosa che porta il disturbato mentale a esercitarsi con l&#8217;agnello sacrificale?</p>
<p>E tutto questo si spegne spegnendo i social networks, o peggio riducendo il diritto di manifestare? Non credo.</p>
<p>Infine: a cosa serve la registrazione ovunque dei media? Per esempio potrebbe servire, se la si usasse in tal senso, a far comprendere quella che potremmo definire la mitomania dei testimoni. Quanti hanno raccontato di aver visto il premier colpito come da un pugno con un oggetti contundente? Il video mostra che di lancio si è trattato, non di pugno armato. Non cambia niente sotto il profilo della violenza e della condanna che si merita. Ma dà l&#8217;idea di quanto persino gli occhi possano tradire (compreso quelli di qualche politico-testimone).</p>
<p>I media, i media: nostra croce e delizia. Responsabili di quanto avviene. Ma non più di noi, non è vero?</p>
<p>Buon vento.</p>
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		<title>Un uomo a nudo</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Dec 2009 09:10:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>faustocolombo</dc:creator>
				<category><![CDATA[diario di bordo]]></category>
		<category><![CDATA[media e politica]]></category>
		<category><![CDATA[Un uomo a nudo]]></category>

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		<description><![CDATA[Commento fra il freddo e il caldo le immagini di ieri, già commentate da alcuni naviganti molto più a contatto (temporale) con gli eventi.
Mi farò questa domanda, senza entrare nel dibattito (giusto, ma un po&#8217; scontato) sulla natura del gesto, sui rischi di una incerta protezione al presidente del consiglio, sull&#8217;ingiustizia di ogni violenza e [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=laculturasottile.wordpress.com&blog=4949731&post=1102&subd=laculturasottile&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Commento fra il freddo e il caldo le immagini di ieri, già commentate da alcuni naviganti molto più a contatto (temporale) con gli eventi.</p>
<p>Mi farò questa domanda, senza entrare nel dibattito (giusto, ma un po&#8217; scontato) sulla natura del gesto, sui rischi di una incerta protezione al presidente del consiglio, sull&#8217;ingiustizia di ogni violenza e sulle cause che al gesto hanno portato, compresa la possibile follia o disagio mentale dell&#8217;autore: a cosa davvero abbiamo assistito ieri?</p>
<p>La risposta viene attraverso un film che ho visto in televisione molti ma molti anni fa, di cui potete trovare qui la scheda:<a href="http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=26526"><span style="color:#000000;text-decoration:none;"> </span></a><a href="http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=26526">http://www.mymovies.it/dizionario/recensione.asp?id=26526</a>. Nel film The Swimmer, un fantastico Burt Lancaster che scoppia di salute malgrado la non più giovane età decide di attraversare il suo mondo di ville e piscine nuotando di vasca in vasca. Comincia tutto come una esaltante passeggiata natatoria di ricordi dolci e vagamente malinconici. Finsice con la tragedia dell&#8217;inutilità di una vita e del suo fallimento.</p>
<p>Mi è rimasto impresso il volto solcato dalle lacrime e dalla disperazione del protagonista, alla fine. Un volto davvero indimenticabile. </p>
<p>Ho pensato a quel film, vedendo le immagini ieri. Ho pensato al volto del GD solcato dalla ferita e dal dolore. Non ci si può non immedesimare nel dolore degli altri, se si è umani. Non si può non sentirlo sulla propria pelle. E condividerlo. La vittima è la vittima, sempre, indipendentemente dal suo valore di essere umano. E insieme non ho potuto esimermi dal pensare al valore simbolico di quella immagine. Una persona che è anche un simbolo, che ha fatto non solo del proprio mito professionale ma anche della propria fisicità vincente e prorompente la statua al proprio successo e al proprio potere, ferita proprio in quella fisicità. Ferita, tumefatta, con il sorriso o persino la grinta della battaglia sostituiti dalla smorfia del dolore questo sì ordinario, umano.</p>
<p>Il leader è sceso in piazza. Ma non esiste più una piazza neutra in cui andare. La piazza fisica di cui parlavo ieri è contaminata, infiltrata di violenza e paura. Rischia di non essere più una casa per chi la vuole percorrere pacificamente e tanto meno per chi è abituato alla tranquilla controllabilità della piazza virtuale. Per questo non bisogna lasciarla, ma bisogna sapere che la nostra responsabilità nel percorrerla per comunicare è ancora più alta.</p>
<p>Ho pensato che &#8211; indipendentemente dagli effetti &#8220;politici&#8221; o elettorali a breve, che solo i miopi valuteranno adesso &#8211; qualcosa è davvero finito, nella piazza di ieri sera. Se gli italiani che credono idolatricamente in Berlusconi (che per loro ha sempre ragione a prescindere) e quelli che non gli credono mai (perché ha sempre torto a prescindere) capissero, nella figura dell&#8217;uomo tanto adorato o deprecato e ora soltanto ferito e piegato quello che c&#8217;è da capire, il percorso sarebbe più facile, per tutti noi e per lo stesso leader. E quello che c&#8217;è da capire è questo: che la democrazia non può stare sulle spalle o nelle mani di un uomo. Che un leader non rappresenta una nazione, anche se può guidarla. Che personalizzare la politica conduce prima o poi a questo e anche al peggio. </p>
<p>No, un paese non ha bisogno di leader carismatici. Nemmeno i leader carismatici hanno davvero bisogno di se stessi. Basta essere persone normali, che sbagliano prima o poi, che cadono e si rialzano. E quando si rialzano sono più umani e più forti. A meno che non ricomincino con la stessa violenza di cui sono stati vittime. Tutti avremmo bisogno di credere in noi, non nel misurarci solo sul consenso a una persona. </p>
<p>Dunque, se vogliamo che questa brutta vicenda ci serva a qualcosa (anche se ce la saremmo tutti risparmiata volentieri), impariamo a fare a meno del leader. A rispettare gli uomini politici come rispettiamo noi stessi. Perché in una società normale (come speriamo prima o poi di diventare) fra essere gli uni o gli altri non c&#8217;è poi tutta questa grande differenza.</p>
<p>Buon vento.</p>
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		<title>Dalla discesa in campo alla discesa in piazza</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Dec 2009 09:52:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>faustocolombo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[media e politica]]></category>

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		<description><![CDATA[Esistono molte italie, scrive oggi De Rita sul Corriere (http://www.corriere.it/editoriali/09_dicembre_13/chi-alimenta-l-indifferenza-editoriale-giuseppe-de-rita_b3d4ef10-e7be-11de-8657-00144f02aabc.shtml): non facciamoci ingannare dall&#8217;idea di popolo, o dalla contrapposizione fra arena virtuale e piazza. Non sono d&#8217;accordo. E&#8217; vero, naturalmente, che della nozione di popolo un sociologo non si fa un bel niente, e che la società è complessa (pur restando una società, alla faccia [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=laculturasottile.wordpress.com&blog=4949731&post=1097&subd=laculturasottile&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Esistono molte italie, scrive oggi De Rita sul Corriere (<a href="http://www.corriere.it/editoriali/09_dicembre_13/chi-alimenta-l-indifferenza-editoriale-giuseppe-de-rita_b3d4ef10-e7be-11de-8657-00144f02aabc.shtml">http://www.corriere.it/editoriali/09_dicembre_13/chi-alimenta-l-indifferenza-editoriale-giuseppe-de-rita_b3d4ef10-e7be-11de-8657-00144f02aabc.shtml</a>): non facciamoci ingannare dall&#8217;idea di popolo, o dalla contrapposizione fra arena virtuale e piazza. Non sono d&#8217;accordo. E&#8217; vero, naturalmente, che della nozione di popolo un sociologo non si fa un bel niente, e che la società è complessa (pur restando una società, alla faccia dei teorici del liquido e della fine della società come la conosciamo). Ma la contrapposizione fra arena virtuale e piazza non è mai stata utile come ora.</p>
<p>Perché è vero che le discese in piazza si moltiplicano. Vedi l&#8217;onda viola. Che si è autoconvocata, anche se i giornali del padrone parlano dei soliti noti dietro a tutto, risfoderando la comoda idea del complotto di chissà quali élites leniniste. Gli studenti, gli operai, gli statali scendono in piazza. Fanno proprio e rinvigoriscono questo vecchio uso democratico di comunicare direttamente, e insieme di diventar notiziabili per i media e (soprattutto) la Tv. Solo che la seconda cosa, nel nostro Paese, non dipende più dai fatti che si mettono in campo, ma dalla scelta a priori di dare visibilità a certe cose e non ad altre. Così un Tg farcito di cronaca nera può beatamente ignorare o quasi la rilevanza di chi scende in piazza a manifestare. O peggio, può tradurre tutta la manifestazione in fatto di cronaca nera. Quindi la piazza rimane l&#8217;estrema resistenza contro la virtualizzazione.</p>
<p>Che è, la presenza dell&#8217;arena virtuale e la sua visibilità pubblica, il luogo del grande dadaista e dei suoi scherani. Fin dalla discesa in campo con il suo discorso televisivo (1994). Fin dal patto con gli italiani siglato nel 2001 in televisione nello studio di Porta a Porta con un compiacente Vespa. </p>
<p>Ma oggi (anzi, fin dal 2008, con il discorso del predellino), il GD scende anche in piazza, chiama a raccolta il suo popolo virtuale sul terreno dell&#8217;Italia che disprezza. Può vincere, o perdere (tutto). La battaglia sarà dura, fra chi vuole mantenere la democrazia com&#8217;è e chi vuole una virata populista. E lui può vincere o perdere. Ma quello che è certo, è che quella piazza dunque ha ancora un valore. Se anche lui scende in piazza, anziché nel campo televisivo.</p>
<p>Dunque, perché non continuare a scendere in piazza tutti? A non rivalutare la comunicazione primigenia, quella che dice siamo qui, ascoltateci? Dobbiamo credere ai terzisti, ai servi, a quelli che comunque sono sempre per l&#8217;educazione e la giacca e cravatta? Per cui scendere in piazza fa male, soprattutto quando lo fanno quelli che non ci piacciono?</p>
<p>Io non ci credo. Sorry, ma non ci credo più. La piazza ha un valore, nelle democrazie. Non scordiamolo (e comportiamoci bene, che la piazza è il nostro Paese, non sporchiamolo con vandalismi, violenze e cose del genere, naturalmente: solo una buona e sana comunicazione).</p>
<p>Buon vento.</p>
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		<title>Piccolo esercizio per tirarsi su (grazie agli studenti della Bocconi)</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Dec 2009 09:01:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>faustocolombo</dc:creator>
				<category><![CDATA[diario di bordo]]></category>
		<category><![CDATA[media e politica]]></category>
		<category><![CDATA[Pubblico e privato]]></category>

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		<description><![CDATA[Molti anni fa. quando ero giovane, verso la fine degli anni Settanta, divenne molto di moda parlare di distinzione fortissima fra pubblico e privato. Il riflusso portò con sé il trionfo progressivo del secondo polo sul primo: occuparsi di sé, dei propri sentimenti, dei propri interessi, della propria cerchia di amici divenne essenziale, con conseguente [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=laculturasottile.wordpress.com&blog=4949731&post=1095&subd=laculturasottile&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Molti anni fa. quando ero giovane, verso la fine degli anni Settanta, divenne molto di moda parlare di distinzione fortissima fra pubblico e privato. Il riflusso portò con sé il trionfo progressivo del secondo polo sul primo: occuparsi di sé, dei propri sentimenti, dei propri interessi, della propria cerchia di amici divenne essenziale, con conseguente caduta di tuto ciò che riguardava il bene collettivo. L&#8217;idea, in una specie di liberismo delle idee, era che facendo i propri interessi si migliorava la società. Non era egoismo, o almeno non sempre. Una buona parte del mondo cattolico e dei suoi movimenti vide in questa posizione un modo per riscoprire una sana partecipazione politica, con il concetto di sussidiarietà.</p>
<p>Peccato che in tutto questo sia caduto uno slogan precedente, che diceva: &#8220;il privato è politico&#8221;, e che dava un senso profondo al valore del polo intimista, individuale, personale. Più o meno doveva voler dire che tutto ciò che facciamo nella nostra vita privata ha una dimensione pubblica, e che quello è il criterio per capire la correttezza politica dei nostri comportamenti. Il che dovrebbe impedire che i due poli entrino in contrasto.</p>
<p>Sappiamo com&#8217;è andata a finire: fine delle ideologie, indidivualismo, damnatio della politica in quanto tale.</p>
<p>Il problema vero è che oggi sullo scenario pubblico c&#8217;è solo il privato di qualcuno, che urla, strepita. Che sia la casa del grande fratello o un premier imbolsito che trasforma qualunque occasione nella notte di Valpurga di un giudizio su di sé, è quel privato (in cui non ci riconosciamo) che trionfa nella visibilità pubblica (in televisione, certo, ma anche sui giornali e sulla rete).</p>
<p>La modesta proposta di esercizio che vorrei fare è di usare la nostra dimensione privata per fare politica, per raccontare la politica, per ricordare la dimensione politica della vita. Io l&#8217;ho fatto alla Bocconi, giovedì pomeriggio, ospite della mia amica Anna Maria Testa, parlando a quegli studenti futuri manager del rapporto fra i media e la politica, raccontando francamente cosa succede in Italia, discutendo con loro (come sono giovani,  e bravi, e svegli!) del ruolo delle élites.</p>
<p>Tornato a casa ho trovato una bella mail, di uno di loro, che mi ringraziava timidamente e mi segnalava un articolo di Panebianco sul Corriere, appunto sull&#8217;argomento delle élites. Ho chiuso la mail. Ho guardato lo schermo, e mi sono sentito meglio. Silvano, Franz, Paolo, Italia, Giuliana, e tutti voi naviganti: usiamo il nostro privato, usiamo ogni occasione per dire la nostra dimensione politica a chi ci sta intorno. Sono piccoli numeri, ma l&#8217;onda salirà, si ingigantirà, porterà via chi deve portare via e spingerà la nostra nave e le mille altre fuori dal piccolo cabotaggio di questo povero Paese.</p>
<p>E&#8217; un piccolo esercizio. Secondo me funziona. E soprattutto, ci fa stare meglio. Si incontra tanta gente, nel piccolo spazio della nostra vita privata. Molta di più che nella grande dimensione pubblica, occupata dai pochi soliti noti.</p>
<p>Buon vento gente. In mare aperto, ora.</p>
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