Pubblicato da: faustocolombo | 26, maggio, 2010

Cronache dal Paese incerto

Il Paese incerto non si chiamava mica così per caso. Era incerto sul suo futuro, il che – bisogna ammettere – può avere un suo perché. Soprattutto se questo futuro cominciava a disegnarsi diverso da come era stato maldestramente garantito, come una terra promessa di miracoli in cui la crescita continua dei consumi, le endovene di calciatori troinisti e veline, la crescente possibilità di farsi i cavoli propri a dispetto della collettività e delle regole del vivere civile. Poi qualcuno stava per dire contrordine compagni, le regole del rigore, la lotta all’evasione, il tracciamento delle transazioni economiche, insomma tutte quelle cose che finché le dicono gli altri sono oppressione fiscale adesso le diciamo noi e sono puro buon senso, santo Dio.

Il Paese incerto era incerto anche sul suo presente. C’era un sacco di gente disoccupata, un sacco di persone che non arrivavano a fine mese. Un sacco di famiglie fatte di padri accusati di volere la pensione che avevano pagato per tutta la vita e così di occludere il futuro ai propri figli. E di figli accusati di starsene in casa come bamboccioni con la risibile scusa che non trovavano lavoro e dovevano farsi aiutare da quei padri che pretendevano la pensione. Insomma, un casino.

Ma quello che stava davvero male, nel Paese incerto, era il passato. Da qualche anno, con una protervia degna di miglior causa, qualcuno lo stava riscrivendo. Si era cominciato con l’idea balzana che fossero stati al governo i comunisti, per un imprecisato numero di anni. Si era continuato con l’idea che un vecchio presidente del consiglio fuggito all’estero durante un processo che aveva fatto crollare un intero sistema fosse in realtà una vittima, un eroe malcompreso. Si era parlato di gente in odore di mafia come di gente in gamba e di magistrati uccisi dalla mafia come giudici imprudenti e impudenti. Infine, da qualche parte, ci si era persino inventata una storia mitologica in cui i protagonisti erano una regione immaginaria (la Padania), un dio immaginario (il dio Po), un rito immaginario (con un’ampolla) e un’oppressione immaginaria dello Stato centrale sulle regioni, quando era chiaro che semmai era stato il contrario.

Ora, quando si cancella il passato si pagano i conti, prima o poi. Così adesso il Paese incerto si stava dimenticando di esistere… E prima o poi sarebbe svanito, lasciando soltanto scarpe di calciatori, gonne di veline (quasi invisibili), qualche immagine patinata. Elementi per una archeologia fantasma, o per qualche archeologo, se la categoria – facendo parte della più ampia categoria degli intellettuali – potesse sperare di esistere ancora…

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Responses

  1. Tutto, troppo, dannatamente vero.
    Sa una cosa Professore? La mia personalissima convinzione è che sia ora, soprattutto, colpa nostra. Il nostra è inteso della “mia generazione”, i nati tra il 1978 e 1985.

    In classe parlavamo di Chomsky con Mauro Magatti – qualche anno fa – e in questi giorni mi è tornata in mente una sua frase: “C’e’ una buona notizia e una cattiva. La prima e’ che anche in un mondo dominato da titanici centri di potere finanziario, costruire il bene comune e accrescere la possibilita’ di decidere veramente delle nostre vite e’ ancora possibile. La seconda e’ che non possiamo farlo mettendo semplicemente una croce su una scheda e poi tornare a guardare la TV…”

    Credo che per la mia generazione sia arrivato davvero il tempo di fare “politica”. E di costruire un futuro. Non di fare finta di fare scelte consapevoli.

    Delega e indifferenza sembrano come sfumare nella sigla di Verissimo.


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